Nonostante il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia ulteriormente rincuorato gli italiani, aprendo sostanzialmente alla cosiddetta Fase 3, c’è ancora un settore dell’economia nostrana a cui non sono stati tolti i “sigilli”: le sale da gioco fisico.

Sebbene alcune tipologie di giochi siano ripartite (basti pensare a Lotto e Superenalotto, oltre ai Gratta e Vinci e a gran parte delle lotterie istantanee), tante altre attendono ancora di conoscere il loro futuro, ad oggi più nebuloso che mai. Casinò, sale scommesse, sale bingo e sale slot/VLT non possono ancora aprire i battenti.

Il danno economico e sociale, per centinaia di esercizi commerciali e migliaia di dipendenti e collaboratori, sembra non interessare chi siede nella metaforica stanza dei bottoni. E a nulla sono valsi i numerosi gridi d’allarme da parte delle associazioni che si occupano del gioco in Italia: dal Governo continuano a non arrivare indicazioni.

Nel frattempo, i principali concorrenti della rete del gioco terrestre, cioè gli operatori del gioco online, hanno potuto (naturalmente e giustamente) continuare a offrire i propri servizi. Tolti i bookmaker online, penalizzati dall’assenza di competizioni sportive di rilievo, casino live e sale bingo virtuali hanno sperimentato un incremento del traffico e del volume d’affari con percentuali a doppia cifra.

Qualche settimana fa, quando il Governo era ancora impegnato ad analizzare i dati della delicatissima Fase 2, sembrava che gli operatori del gioco terrestre potessero ricominciare ad offrire i loro servizi a partire dalla seconda metà di giugno, insieme con teatri e cinema.

Ma se effettivamente alcune delle ultime attività ancora ferme potranno finalmente ripartire, per casinò, sale scommesse e sale bingo non è arrivato il momento di girare il cartello da “chiuso” ad “aperto”.

A questo punto, come diceva Antonio Lubrano, la domanda nasce spontanea: e se il giorno della riapertura arrivasse troppo tardi per molte aziende? Non va dimenticato, infatti, che slot e VLT ammontano a quasi la metà del volume di gioco degli italiani. Più precisamente, secondo i dati del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2018 la percentuale era addirittura del 45,5%.