Decreto liquidità al centro della polemica. Fazzone: “Non va incontro alle imprese, è un salva banche”

Un decreto “capestro” quello messo in campo dal governo con il cosiddetto decreto liquidità.

A tornare sul tema senza utilizzare mezzi termini è il coordinatore regionale del lazio e senatore di fora Italia, Claudio Fazzone.

Quello che si contesta è il fatto che il decreto che dovrebbe riversare liquidità nelle aziende, cercando di risollevare l’economia messa in ginocchio dal coronavirus, non è altro che una per contrarre nuovi debiti che, a fronte di una crisi non gestibile al momento, potrebbero rivelarsi la pietra tombale per le aziende.

“Il governo – spiega Fazzone – propone di garantire le banche dalle insolvenze debitorie, anziché sostenere le attività produttive con trasferimenti diretti nei conti correnti aziendali”.

In questo decreto la liquidità non è somministrata a fondo perduto nelle vene produttive del nostro Paese, ma nella formula del prestito con il vincolo della restituzione.

“Con questo decreto il prestito pieno di 25.000 euro viene concesso se si ha un fatturato annuo pari ad almeno 100.000 euro. Ipotizziamo che un cliente, imprenditore, abbia già un affidamento di 20.000 euro con ‘Banca Intesa’, una delle prime a indicare le linee guida per l’erogazione. L’istituto di credito afferma di essere disponibile all’erogazione del credito, a patto che sia superiore del 10% di quello già concesso. L’imprenditore potrà pure ottenere un fido di 25.000 euro dalla banca, ma a condizione di annullare i 20.000 euro di crediti in bianco. A conti fatti, la banca trasforma – spiega Fazzone – il credito chirografario in credito garantito dallo Stato: l’imprenditore avrà ottenuto nelle migliore delle ipotesi, appena 5.000 euro”.

In più per le imprese ci sarebbe un ulteriore aggravio in termini di costi.

“Secondo quanto previsto dal decreto la banca che eroga questo credito deve applicare come tasso medio quello pubblicato da Bankitalia, ovvero massimo l’8,64%. Ma c’è di più, perché le spese non sono finite. L’imprenditore per ottenere il credito deve pagare la commissione dello 0,25% del primo anno, dello 0,50% il secondo e terzo anno, dell’1% il quarto, il quinto ed il sesto anno. Applicando la commissione ai 25.000 euro l’imprenditore deve versare 585 euro in totale. Ciò significa che l’incidenza media sui 25.000 euro è del 2,40%, ma se paga 585 euro sulla somma realmente ricevuta di 5.000 euro si raggiunge l’11,60% dell’utilizzato. Alla luce di ciò, mi chiedo come si possa affermare che questo provvedimento vada davvero incontro al mondo delle imprese”.

Fazzone si rivolge quindi direttamente al primo ministro.

“Ma questo decreto serve ad immettere liquidità o è un salva banche? Con questo sistema adottato il decreto nella misura dell’80-90% servirà a trasformare i crediti chirografari in crediti garantiti dallo Stato. La conseguenza vera del decreto sarà quella di aumentare la disponibilità degli istituti di credito e non delle nostre imprese. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte dovrebbe evitare il ricorso all’enfasi nelle sue dichiarazioni. Dovrebbe comprendere meglio quali potrebbero essere le conseguenze più gravi del provvedimento tanto sbandierato”.

Il rischio reale è che possa saltare l’intero sistema commerciale-industriale delle imprese italiane, e a pagarne le conseguenze prima o poi sarebbe lo stesso governo.

“Deve essere chiaro che – conclude Fazzone – nel nostro Paese ciò che crea la ricchezza è la produzione. Il nostro sistema produttivo è fatto di piccole aziende commerciali, industriali e artigianali che alimentano gli stipendi dei parlamentari, del pubblico impiego e i trattamenti pensionistici. Incoraggiarle ad indebitarsi è un atto controproducente, si rischia di prolungarne l’agonia e a rassegnarsi al declino”.

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