Qual è il profilo dello startup e le regole da seguire per arrivare al successo? Antonio Fabrizio racconta quello che ha imparato dalla sua esperienza e dà qualche consiglio a chi si approccia adesso a questo mondo.
Tu hai fatto un tour de force londinese per raggiungere i tuoi obiettivi ed hai trovato un entusiasmo incredibile attorno alle startup, perché in Italia non c’è questa atmosfera che mi hai descritto?
I numeri sono totalmente diversi, se pensi che nel 2014 in Silicon Valley si sono chiusi 85 miliardi di investimento a capitale di rischio fatto da venture capital sulle startup, a Londra nel 2014 sono stati fatti 5 miliardi di investimento e in crowdfunding sono stati raccolti 10 miliardi. In Italia nel 2014 si sono investiti 40 milioni di euro, è solo una questione di numeri non è che manca la volontà o mancano i cervelli o la voglia. Mancano gli investitori e i fondi di investimento.
Perché le aziende italiane non investono? Per la crisi? Perché non ci credono?
Questo è una altro discorso, a Londra c’è una legge che consente di investire in una startup e subito scaricare il 50%. In Italia non esiste una legge del genere, a Londra, una persona che ha 100mila euro da investire su una startup dove prende il 10% scarica 50mila euro e quindi e come se avesse ottenuto il 20% dalla startup non il 10. Si chiama lungimiranza della pubblica amministrazione anche perché questo diventa una calamita per gli investitori. Quindi cercare capitali a Londra è molto più facile, abbiamo a due ore e mezza da noi un pozzo petrolifero, dove c’è ecosistema, cultura, sinergia, ci sono più possibilità.
In questo percorso che ci hai raccontato hai dimostrato una serie di capacità, a parte il coraggio, che hai messo in campo per raggiungere i tuoi obiettivi. Che studi hai fatto?
Io sono perito informatico, ho studiato all’Itis Marconi di Latina, mi sono diplomato e mi sono iscritto ad ingegneria informatica. I primi due anni ho dato 12 esami e poi a 21 anni ho aperto la mia prima azienda e ho abbandonato gli studi. Poi si deve studiare, bisogna confrontarsi, quando si parla di ecosistema sono questi i vantaggi, il fatto di poter parlare con una startup che ha già chiuso un round di investimento, capire quali sono state le criticità. Purtroppo l’ecosistema italiano esiste, ma è frammentato, pensa Roma dove c’è PiCampus, Working Capital, Luiss iLab, dove ognuno pensa al suo orto, ma nel mondo delle startup ci deve essere un continuo dare-avere tra startupper per creare una sinergia. Uno dei segreti principali delle startup è quello di condividere la propria storia, oggi si parla molto di storytelling perché funziona condividere la tua idea e vision perché i feedback possono essere un patrimonio immenso.
Invece spesso si pensa che è meglio non parlare delle proprie idee altrimenti qualcuno le copia…
Questo è il classico modo di pensare italiano e posso garantire che le idee non mancano la differenza sta nel concretizzarle e nel farle funzionare. Poi non c’è mai la stessa vision, io ho una vision di FaStyle che diventerà l’assistente di bellezza, che ricorda che è ora di fare un taglio o il colore, la manicure, oppure fai il regalo a tua moglie perché tra poco è l’anniversario. Il vero assistente di bellezza, sia per la persona che per il professionista.
A proposito, avete riscontrato diffidenza da parte dei professionisti?
Assolutamente sì e la sfida è proprio quella: far capire a una persone che ha bisogno di qualcosa di cui non sa di avere bisogno. Noi, lavorando con la metodologia Lean, e avendo aggregato un team di professionisti della bellezza tenendo conto dei feedback che venivano dai clienti, siamo riusciti a bypassare la diffidenza.
Qual è il profilo dell’ideatore, dello startupper? Che caratteristiche deve avere?
L’ideatore non ha un profilo, esistono delle figure chiave nella startup che sono il Ceo, il famoso amministratore delegato che dà gli imput sulla direzione dove andare e ha la visione del progetto e la condivide con il team. Non esiste più il capo che dice “tu fai questo”. Per esempio da FaStyle non esistono gli orari di lavoro, c’è un accordo non siglato che la mattina ci vediamo entro le 10 per fare stand up meeting davanti al caffè nel quale ci confrontiamo su “cosa ho fatto ieri e cosa farò oggi”. E’ una continua condivisione del team su quello che vorremo essere. Poi tra le figure chiave c’è il Cto, il programmatore più bravo o con più esperienza, il Web designer e il responsabile marketing.
Qual è il consiglio che ti senti di dare oggi a un ragazzo che ha un’idea e vuole svilupparla?
Diciamo che il messaggio che sta passando in Italia che è sbagliato è quello che creare una startup significa avere l’idea e andare a cercare investitori. Questa è la cosa più sbagliata che si possa fare, devi investire tu in prima persona altrimenti nessuno investirà mai nella tua idea. Investire significa dedicare tempo, essere full time sulla startup e spesso significa 20 ore su 24, e se si ha disponibilità investire anche dei soldi. Poi bisogna fare quello che piace fare, non esiste il consiglio sulla startup, se la tua passione diventa un lavoro fai il lavoro più bello del mondo.
Con Techstartup punti a ricreare l’atmosfera londinese?
Assolutamente sì, sono rimasto sconvolto dall’adesione, a giugno lanciai questo post sulla mia bacheca Facebook dicendo che a Latina mancava un momento di incontro dove si possono conoscere persone del settore, appassionati, curiosi, investitori in un ambiente totalmente informale dove condividere esperienze, aiutarsi, creare posti di lavoro, aziende. E così il 30 giugno abbiamo fatto il primo Techstartup e fu impressionante perché arrivarono più di 100 persone. C’era l’esigenza, la curiosità e la cosa affascinante è che ho avuto il supporto di imprenditori che ci hanno finanziato, con costi minimi, come anche le location che ci ospitano in modo gratuito e molti membri si sono messi a disposizione per portare il proiettore e le piccole cose che sono sintomo di community. Oggi contiamo 280 membri su Latina dove siamo al quinto appuntamento, l’ho riproposto anche su Roma e su Milano sotto un’unica ipotetica insegna che è Techstartup city, quindi creare dei piccoli ecosistema locali in ogni città. E’ una cosa senza scopo di lucro, non esiste nemmeno un’associazione, però i risultati raggiunti sono quelli di aver creato, ad oggi, 5 startup innovative, tra i 10 e i 30 posti di lavoro e aver dato visibilità a diverse realtà sia per raccogliere capitali ma anche per fare una sorta di palestra prima da andare a parlare con gli investitori. Tutto in un ambiente assolutamente informale, io al primo incontro ero in pantaloncini ed infradito.
Quali sono le regole dello startupper?
La prima è quella che ha detto Tiffany Norwood: allenare la mente a sognare, non opprimere i sogni ma pensare come poterli concretizzare: poi narrare la propria idea quindi condividere con gli altri; creare un team forte, meglio piccolo e di fenomeni; raccogliere soldi nel momento giusto e nella quantità giusta e soprattutto essere full time sul progetto.
Come si fa a conciliare la vita dello startupper con la famiglia? Hai detto che hai tre figlie.
Sono un po’ di settimane che voglio scrivere un articolo su “fare lo startupper e il papà”, non è semplice. Però noi abbiamo abituato le nostre figlie a viaggiare fin da piccole, poi ho la fortuna di avere mia moglie molto accondiscendente su quelle che sono le mie follie, mi dà pieno appoggio in tutto. Con le bambine ho sempre cercato di non essere mai assente, mia figlia di 7 anni ha il suo cellulare e mi può fare la videochiamata o mandare il cuoricino su whatsapp quando vuole. Le abbiamo abituate all’idea che papà è lontano ma è sempre raggiungibile. Non è semplice, ma quando rientro a casa mi godo quel momento bellissimo in cui mi accolgono a braccia aperte.





