Una poesia per Littoria, breve riflessione “del giorno dopo” attraverso gli occhi di chi ha vissuto la nascita di Latina

 “È come cattedrale nella selva
come isola trionfante sulle acque.
Nuvole d’oro i frumenti”.

Sintetico e poetico ritratto della Littoria che fu, abbozzo embrionale della Latina che è adesso. Una città che conserva alcuni tratti peculiari che la rendono unica oggi come allora.

Questi versi costituiscono la terzina iniziale di una poesia del 1935, vincitrice del premio “Poeti del Tempo di Mussolini” conferito dal settimanale Federale “L’Artiglio”. L’autore? Il compagno Pietro Ingrao da Lenola, comune a 60 km da Latina, nel profondo sud dell’Agro Pontino. “Se ne va un comunista, un rivoluzionario, uno statista, un sognatore”: la celebrazione della stampa nazionale il giorno della sua morte, avvenuta lo scorso 27 settembre. Ultimo portavoce del bolscevismo in Italia, da colonna della Resistenza a indiscusso punto di riferimento dell’ala marxista-leninista del PCI per oltre 40 anni. Stimato giornalista (è stato per 10 anni direttore de L’Unità) e politico amato dalle gente, fu il primo comunista ad essere Presidente della Camera.

Ingrao non ha potuto, però, negare la sua appartenenza ai Giovani Universitari Fascisti (la cui adesione era su base esclusivamente volontaria, nulla a che vedere con l’iscrizione obbligatoria al partito da parte dei dipendenti pubblici), con la cui sezione di Littoria partecipò ai Littoriali dell’Arte e della Poesia nel ‘34 e nel ‘35 a Roma e a Firenze. Si confermò un eccelso poeta quando, appunto, il 18 agosto 1935 venne premiato a Lucca da Galeazzo Ciano, futuro Ministro degli Esteri del governo fascista, per la sua composizione “Coro per la nascita di una città”. Un’enfatizzante esaltazione della bonifica dell’Agro Pontino, un pomposo dipinto della Littoria come fiore all’occhiello di una politica interna del sociale e delle infrastrutture del Duce.

Una cattedrale nella selva” scrive Ingrao. Littoria come centro urbano, culturale ed economico, in un territorio che fino a qualche anno prima era desolazione o quasi. “Come isola trionfante sulle acque” continua, elogiando con una captatio benevolentiae, la grandezza e l’innovazione dell’opera di bonifica.

“Nuvole d’oro i frumenti”: l’agricoltura, la sfera rurale, come punto di partenza per lo sviluppo economico e sociale, un mito di progresso della propaganda di Mussolini, che si è rivelato nella sua concretezza nella storia della città pontina. E che persiste ancora oggi: la Coldiretti di Latina ha annunciato un incremento dell’occupazione nel settore agricolo, nel biennio 2013-2014, pari circa a dieci volte l’incremento medio degli altri settori.

“Ogni compagno nei sogni affioranti alle pupille sull’ali stellate della notte libera una città sepolta nel folto delle sue carni e con un grido arso come pianto- le donne d’ansia chine sui figli -approda alla pianura rivelata”. Una nuova opportunità per gli “ultimi” da cui ricominciare, un laboratorio sociale che riassunse (e riassume ancora) culture, tradizioni, dialetti. Una comunità eterogenea, che si fa sintesi in un unico ideale, in un unico progetto. Questo era Littoria. Questo è, con sfumature diverse, tutt’ora. Ovviamente quasi un secolo di un graduale e fisiologico processo di globalizzazione/integrazione ha ridotto al minimo le barriere tra le comunità ancestrali, connotazioni che, tuttavia, soprattutto nei borghi, restano ancora vive.

“Così tu porti le nostre radici di sogno e di pena; e nelle calme sorgenti lievitanti dalla palude s’è sciolta la nostra sete. Come allodola si scorda nel cielo, com’angelo si perde nel Signore”. Sogno e pena, speranza e paura. Due emozioni che sembrano all’apparenza antitetiche, ma che in realtà sono l’una la diretta conseguenza dell’altra. O almeno lo è stato per le genti che diedero vita alla nostra città. I dolori, le angosce, i patimenti di un’esistenza vissuta nella povertà si trasformarono nella speranza di un futuro migliore: lavoro, previdenze, inclusione sociale, in altre parole dignità. “A mattutino con la luce e la brezza nata t’immagina la mente. Ti partorirono nude al sole le nostre campagne e sulle broccia fiorite trionfanti t’offrono”.

L’amore di Ingrao per la sua terra è sincero. L’ammirazione per la caratura dell’opera del regime è tangibile. Anche quell’empatia con i temi sdoganati dal regime, che come sappiamo andrà svanita, sembra abbracciare il giovane scrittore. Empatia che, dal 1940, l’anno dell’entrata in Italia in guerra, si trasformerà in un contrasto ideologico con quel bacino culturale in cui ha avuto i natali. Del resto l’Ingrao-pensiero è sempre stato controverso, intriso nel “dubbio dei vincitori”, come amava chiamarlo. Definito da molti un “eretico senza scisma”, fermo nella convinzione dell’attesa messianica della crisi rivoluzionaria teorizzata da Marx, che lo ha portato a distanziarsi dalla politica di apertura e del compromesso storico di Berlinguer, ma pur sempre costantemente impantanato nelle stagnanti logiche partitocratiche. Un “perdente di successo”, lo definirono altri.

Nella figura dell’ex Presidente della Camera, tale conflitto è accompagnato, seppur con impatto assai minore nelle logiche della sua visione politica, da un conflitto tra radici e ideologia, due sfere talvolta difficili da isolare. Un conflitto che riguarda (e che ha riguardato in passato) qualsiasi giovane latinense che si accinge a voler coltivare una sua identità politica. Da una parte vede risuonare le sirene delle scorie residue di una sorta di nazional-socialismo all’italiana, fatto più che altro di slogan reazionari quanto xenofobici; il lato oscuro di quella ideologia fascista che in realtà mosse anche idee più limpide: l’attenzione per il sociale, il sentirsi un tutt’uno con la propria terra e le proprie istituzioni, la libertà conferita dal lavoro e dal progresso. Dall’altra parte, invece, percepisce l’eco di chi rinnega le proprie origini, vagheggia le proprie radici, in nome di un’ideologia che troppo spesso, nel momento di fare vera politica, si materializza come “fuffa”, semplice ornamento dell’ars oratoria. Così come il “dubbioso Ingrao”, il latinense medio si è sempre trovato nel limbo politico tra innovazione e conservatorismo delle proprie origini, impantanandosi sempre nelle dinamiche, negli slogan di quest’ultimo. Latina si è affidata per quasi un secolo (legittimamente, ma altre volte direi colpevolmente) ad un’amministrazione dei “soliti noti”, che si faceva portavoce (o almeno è quello che diceva di fare) dei valori della destra socialista e liberale. In contrapposizione (?) ad un’opposizione scialba quanto accomodante.

Se questo conflitto in Ingrao esiste come tale, in un’altra figura di spicco della città pontina (per la verità molto più incisiva nello scenario culturale di quest’ultima), Antonio Pennacchi, si canalizza in un connubio, definito da alcuni utopistico. La figura del “fasciocomunista” come adattamento politico alle complessive dinamiche di Latina, partendo dalla questione delle radici fino ad un concreto programma di azione politica. “Chi pensa che il fascismo siano le leggi razziali sbaglia. Per me il fascismo è anche una città costruita dal nulla, con le mani, dai miei padri, dai miei zii.”, disse lo scrittore, vincitore del Premio Strega, durante la presentazione della lista finiana FLI-Pennacchi per Latina alle amministrative del 2011. Gli elettori non lo capirono e non lo seguirono (il candidato sindaco Cosignani non andò oltre l’1,05%). Lui che in giovinezza si avvicinò al MSI, per poi diventare sindacalista e iscriversi al PCI, si presenta, con le sue pubblicazioni e i suoi numerosi interventi, come il maggiore custode della cultura e della tradizione pontina, forgiata dall’influenza del fascismo e dalla Destra sociale.

Bisogna ammettere che Latina, per certi punti di vista, è tutto il contrario di tutto. E non per forza in senso dispregiativo. Personaggi come Ingrao e Pennacchi lo dimostrano. “Sei pietra dura e ti campa il sogno d’ogni compagno sulla terra. Simile al mandorlo a marzo è scorza aspra e fiore d’argento”, conclude Ingrao la sua poesia per Littoria. Una città che sa essere, appunto, “scorza aspra” e “fiore d’argento”, che presenta una contraddizione endemica. Lo slancio culturale e politico tanto auspicato si è troppo spesso risolto in uno stallo difficile anche da decifrare.

E non dobbiamo pertanto stupirci se, per celebrare il compleanno di Latina, la sua fondazione nell’apice dello “splendore” del regime fascista, si vada a ricorrere ad una poesia dell’ultimo vero comunista italiano. Non per provocazione. A me piace pensare ad una Latina orgogliosa e memore delle sue origini, che si eleva da conflitti ideologici intestini, che si apre finalmente ad un dibattito politico scevro da contaminazioni dettate dal “dogmatismo ideologico”. Una Latina aperta al pensiero critico e (perché no?) che non prova un inconscio rigurgito nel ricordare quella che fu (per comprendere quella che è) tramite i versi di un personaggio, che, definire “non conforme alla cultura politica della città”, sarebbe addirittura un eufemismo.

Lasciando da parte versi, riflessioni e obiezioni varie, non mi resta che augurare, anche se in ritardo, un buon 83° compleanno a Latina, già Littoria.

*Foto da www.archiviofotograficolatina.it

CORRELATI

spot_img
spot_img