sabato 28 Gennaio 2023

Un saluto a Pietro Ingrao e le omissioni della sinistra pontina

di Lidano Grassucci – Se ne è andato il compagno Pietro Ingrao. Sono menscevico, lui era bolscevico. I miei, per gli ultimi, volevano qualche cosa, lui ed i suoi tutto. Ma ci univa l’idea degli ultimi da “riscattare”. Certo non va di moda riscattare in una società dove l’ingiustizia aumenta, la differenza tra chi ha di più e chi di meno si fa abissale. Pietro Ingrao aveva 100 anni, un secolo che dicono breve, ma è stato tragicamente lungo.

Lui è partito da Lenola per grazia della nuova ferrovia che aprì Fondi e Lenola al mondo dopo secoli, la Roma-Napoli via Formia che portò lui, Libero De Libero, Giuseppe De Santis a “cambiare” un poco il mondo dal loro piccolo mondo. Quando lo ascoltavo alle tribune politiche con quella faccia dura e l’accento familiare, sgraziatamente duro di questi posti di “confine” e confinati, mi sentivo figlio di un posto che non era altro dal mondo, ma nel mondo.

Ingrao è la storia di una sinistra pontina che non ha mai voluto avere una storia e per questo è condannata a perdere. Ingrao voleva l’impossibile quando il ’68 ancora non aveva guardato la luna. Voleva che quei contadini, quelli delle arance a Fondi e dei carciofi nel piano pontino, diventassero capaci di entrare nella Storia e non di guardarla. Nei quadri del Risorgimento italiano i soldati muoiono in cruente battaglie e sullo sfondo i contadini guardano senza capire, Ingrao e gli altri dirigenti del Pci, del Psi, invece li portano nella battaglia. Se la Storia non la sudi ti esclude, ti lacera, ti umilia. Ingrao conosce l’umiliazione per questo è uomo di lotta. E’ scomodo, è difficile, è rigoroso.

Ho letto che è stato “uomo di sconfitte”: è una idiozia. La sua vittoria sono le migliaia di ragazzi e ragazze che dopo di lui hanno preso il treno per studiare, sono i contadini di questi posti che hanno lottato per la speranza ai figli. Ingrao ha vinto, solo la sinistra orfana e in cerca di miti esterni perché senza orgoglio non lo comprende. Ha vinto perché quella faccia che pareva disegnata di durezza, quell’accento che non voleva andar via, quella idealità rugosa, strutturata, cosciente gli hanno dato una chiave di lettura del mondo. Era comunista, sì era comunista italiano che significa cosciente di masse di uomini che neanche erano censiti al mondo. Ignazio Silone, dal fronte mescevico, li elenca: dai cafoni agli ultimi paria del mondo, Ingrao li ha rappresentati. Non ero e non sono della parte di Ingrao nella prassi, ma sì nell’idea. Perché per stare al mondo devi avere una idea del mondo. Parlava alle tribune politiche quando a parlare lì ci andavano non galletti e gallinelle, ma uomini e donne che ascoltandole capivi la ragione perché stavano lì e tu stavi ad ascoltare.

Quando la sinistra pontina metterà sul bavero della giacca la sua idea di impossibile vincerà la prassi della mediocrità di questo tempo. La sfida è tra l’impossibile di Ingrao e la ragioneria di oggi. Ciao compagno Pietro, che la giustizia sia con il tuo giusto, farai lì i conti con la ragione e col torto, ma certo non starai con i banali. E chiudo, retorico, trionfi la giustizia proletaria.

Lidano Grassucci
Direttore di LatinaQuotidiano fino ad Aprile 2018. Giornalista professionista, laureato in scienze politiche, è stato direttore de Il Territorio, Tele Etere, Economia Pontina, caposervizio presso Latina Oggi e autore di numerose pubblicazioni.

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