lunedì 28 Novembre 2022

Ucciso dopo la ronda, condanna confermata in Appello per Trupo

E’ stata confermata dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Roma la condanna a 9 anni di reclusione per Giovanni Trupo, la guardia giurata accusata dell’omicidio preterintenzionale di Hady Zaitouni avvenuto la sera del 29 luglio 2018 ad Aprilia.

All’udienza celebrata lo scorso 9 settembre 2021, la Corte – presieduta dal giudice Andrea Calabria – ha sposato le ragioni e le motivazioni sottese alla condanna già inflitta in primo grado senza essere minimamente scalfita dai motivi di gravame esposti in ben due atti di appello proposti dai difensori dell’imputato.

L’avvocato Ciro Perrelli che assiste le parti civile, madre e fratelli della vittima, coadiuvato in questo secondo grado di giudizio dall’avvocato Roberta Bello, collega di studio, si dice pienamente soddisfatto della sentenza poiché, ha dichiarato: “per la seconda volta, giustizia è stata fatta”.

L’avvocato Ciro Perrelli

Gli avvocati di Giovanni Trupo hanno tentato, ricorrendo in Appello, di ricostruire diversamente i fatti, cercando di dimostrare che la morte della vittima fosse dovuta all’incidente con l’auto avvenuto prima del confronto tra gli uomini della ronda del quartiere, tra cui l’imputato, e le persone all’interno dell’auto che si aggirava sotto le loro abitazioni.

I tre residenti avevano pensato a un gruppo di malviventi e si erano messi all’inseguimento, chiamando due volte la polizia. Quando la vettura aveva impattato contro un muretto basso, due persone si erano dileguate e Hady Zaitouni era stato affrontato da Trupo. L’accusa, supportata dalla risultanza dell’autopsia, è che Trupo, con un pugno, abbia rotto il naso della vittima, causandone la morte per asfissia.

Secondo la difesa, invece, l’imputato non avrebbe mai colpito l’uomo che era uscito dall’auto e sarebbe caduto a terra. Trupo nel frattempo si era allontanato, per paura di perdere il lavoro di guardia giurata.

Gli amici avevano chiamato i soccorsi, ma per Zaitouni, non c’era stato più nulla da fare.

“Decisiva – secondo i giudici della Corte d’Appello di Roma – al fine di smentire la ricostruzione dei fatti prospettata dalla difesa, come già puntualmente precisato dalla Corte di Assise di Latina, risulta essere l’assenza all’interno dell’abitacolo di tracce ematiche (rinvenute invece sull’asfalto in corrispondenza del volto della vittima), nonché di qualsivoglia segno di eventuali impatti violenti dei corpi degli occupanti con le parti interne del veicolo”. E’ dimostrato poi che gli altri occupanti della vettura sono rimasti illesi in seguito alla collisione e un urto violento avrebbe comunque azionato gli airbag.

Le lesioni riportate dalla vittima, inoltre, sarebbero compatibili con un unico pugno sferrato con violenza dal basso verso l’alto. “Tutti gli elementi indiziari, gravi, previsi e concordanti, solo legati da una prova logica generale – concludono i giudici capitolini – andando a costituire un apparato probatorio solido e comprovante la responsabilità penale dell’imputato”.

Silvia Colasanti
Giornalista pubblicista dal 2009 ha cominciato a scrivere nel 2005. Laureata in Scienze politiche, con un Master in Diritto europeo, ha lavorato per tre anni (tra le altre esperienze) nella redazione de Il Tempo Latina, poi come redattrice al Giornale di Latina. Si occupa essenzialmente di cronaca, in particolare di cronaca giudiziaria

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