sabato 1 Ottobre 2022

The Place – Etsi Deus non daretur

The place di Paolo Genovese è un bel film. E se anche non lo fosse, sarebbe un caso cinematografico di cui discutere. Perché, nel contesto sonnacchioso delle aspettative cinematografiche, spariglia. Il regista verrebbe da quel magma indistinto della commedia che ancora ci si ostina a chiamare “all’italiana” e che, nella percezione generale, viene collocata di poco al di sopra dei cinepanettoni: avrebbe oscillato fra la direzione di Aldo, Giovanni e Giacomo ne La banda dei Babbi Natale e il sorprendente Perfetti sconosciuti. Gli attori, quasi tutti, mescolati come un mazzo di carte, ci si è abituati a ritrovarseli distribuiti nelle diverse commedie politicamente corrette che divertono persino gli intellettuali senza lasciar loro troppi sensi di colpa per essersi divertiti.

E, invece, il film spariglia. Paolo Genovese riconferma, sì, la volontà di scommettere sull’unità di luogo come aveva già fatto in Perfetti sconosciuti, ma stavolta per mettere questa scelta autolimitante al servizio di un’ambiziosa operazione metafisica. Ambizioso? Ambizioso! Per adesso, diciamo ambizioso.

E gli attori? Quantomeno per gli attori, il film andrebbe visto. Da Giulia Lazzarini, che è ormai un pezzo di storia del teatro italiano, a Silvio Muccino, da un sempre più poliedrico Marco Giallini all’ennesima riconferma di Alba Rohrwacher, attraverso la densa maschera di Rocco Papaleo e il non più sorprendente Valerio Mastrandrea, per giungere a una Sabrina Ferilli estremamente vera, tutti, davvero tutti, hanno saputo dare il meglio di sé all’interno di un film che aveva il novanta per cento delle sue inquadrature distribuite tra primi e primissimi piani.

Per carità: qualche cedimento, qualche ammiccamento, c’è. L’immancabile anglofilia del titolo (che, indubbiamente, attira nella trappola soprattutto i più giovani, solitamente spaventati dai titoli in lingua italiana) e qualche scelta musicale nella colonna sonora hanno il sapore di un non troppo convinto tentativo di compiacere il pubblico. Alla fine, però, quello che il film voleva essere, è: una riflessione sulla libertà umana che non avrà le profondità bergmaniane, ma risulta convincente, stilisticamente e tematicamente.

Stilisticamente. Paolo Genovese riesce a creare una tensione drammatica tenendo la macchina da presa costantemente dentro un bar, sempre addosso agli attori, facendola uscire soltanto per riprenderne la facciata e sempre dalla stessa angolazione, costruendo un ritmo in cui le dissolvenze a nero sembrano avere il ritmo di un battito cardiaco dai tempi inversamente proporzionali all’aumento della tensione della storia.

Tematicamente. Il film osa mettere in scena Dio. Ma sarebbe riduttivo, come ha fatto “Il Foglio”, marchiarlo con il timbro di “film cattolico”. Il personaggio interpretato da Valerio Mastrandrea, perennemente seduto al tavolino di un bar a raccogliere richieste di aiuto da concedere in cambio di compiti quasi sempre mostruosi, è sì un chiaro riferimento a Dio, ma non al Dio usato troppo spesso dalle religioni come strumento di potere.

È, invece, il Dio interpretato dalle più avvertite coscienze atee come un semplice specchio in cui l’uomo si riflette. Ed è il Dio di cui parla il teologo Dietrich Bonhoeffer, quando, anche nel campo di concentramento di Flossenbürg, dove era stato internato per aver cospirato contro Hitler e dove troverà la morte, è perfettamente consapevole che tutte le scelte più autenticamente responsabili, compresa quella che egli compie quando decide di rinunciare alla fuga per non compromettere il suo carceriere, vanno compiute etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse.

È quanto accade, per esempio, al personaggio interpretato da Marco Giallini, che per tutto il film ha impostato il proprio rapporto col misterioso personaggio seduto al tavolino del bar all’insegna del do ut des: lui, poliziotto, ha voluto recuperare una refurtiva in cambio di un gratuito pestaggio ai danni di un ragazzo; ha cercato di recuperare il proprio rapporto con un figlio, in cambio dell’occultamento di una denuncia per violenza. Ma, alla fine, riesce a raggiungere il proprio obiettivo soltanto quando, facendo a meno dell’uomo seduto al tavolo del bar, decide di assumersi le proprie responsabilità.

Il finale, forse, pecca un po’ di frettolosità. Ma, bisogna ammetterlo, era anche la cosa più difficile da costruire. Affidandone la risoluzione al personaggio interpretato da Sabrina Ferilli, Genovese si è collocato su un terreno scivoloso. Quel personaggio, infatti, è probabilmente, il meno risolto del film, proprio perché troppo annunciato. Quando, infatti, la cameriera del bar frequentato dal misterioso signore è sempre vestita di bianco e, allorché si presenta, dice di chiamarsi Angela, non ci vuole molto per capire a cosa quel personaggio voglia alludere.

Eppure anche il finale, con tutto il suo andamento zoppicante, presenta una delicata bellezza, quella in cui viene avvolto un Dio ormai stanco e desideroso soltanto di potersi addormentare un poco, quasi a volerci rivelare la recondita funzione degli angeli: quella di far riposare un Dio quando egli si stanca di prestarsi continuamente a far da specchio ai desideri umani per invitare gli uomini ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

CORRELATI

spot_img
spot_img