di Francesco Miscioscia – Il Jobs Act di Renzi non convince. Le piccole e medie imprese non apprezzano l’idea del Tfr in busta paga, e non solo. Ora anche gli industriali dicono di no a quella che pare essere l’ennesimo provvedimento spot del governo.

Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, a Napoli ha affermato che il provvedimento “fa sparire con un solo colpo di penna circa 10-12 miliardi per le piccole imprese”.

Certo è che l’inserimento del 50% della quota prevista nel Trattamento di Fine Rapporto nelle buste paga non migliorerà il tenore di vita degli italiani. L’ipotesi rappresenta un paliativo. Un po’ come i famosi 80 euro, che hanno fruttato a Renzi e al PD un consenso inimmaginabile alle ultime elezioni, ma che non ha migliorato la qualità della vita di coloro che effettivamente hanno visto il proprio salario aumentato. Gli analisti hanno dimostrato inoltre che i consumi non sono ripartiti, smentendo quelle che erano le aspettative del governo.

L’introduzione del Tfr in busta paga può essere inquadrata allo stesso modo. Anzi si supera quello che è l’effettivo significato del Tfr. Gli italiani, in passato, hanno potuto investire la somma ricevuta al termine del rapporto di lavoro per qualche attività. Hanno potuto scegliere se fare un regalo ai figli o semplicemente farsi “passare qualche sfizio” dopo anni di sacrifici.

Ora, a causa di alcuni punti presenti nel Jobs Act, anche queste piccole soddisfazioni potrebbero essere sottratte ai cittadini che, in caso di approvazione in Parlamento, non vedrebbero di sicuro migliorati i propri standard di vita, ma perderebbero una buona parte della tanto attesa “liquidazione”.

Da Marketicando