Edmondo Fondi era il mio bis nonno.

Questo dice poco forse ma lui è morto il 24 marzo 1944.

Trucidato alle Fosse Ardeatine, come altri 334 tra militari, prigionieri politici, ebrei.

Si chiamava Edmondo Fondi, era un commerciante, aveva combattuto come volontario nella Prima guerra mondiale e fu uno degli organizzatori delle prime brigate partigiane di Giustizia e Libertà. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre entrò a far parte della Resistenza.

Di lui rimane qualche stralcio delle lettere scritte dal carcere di Regina Coeli e una piccola piazza con il suo nome a Velletri. Poco, veramente poco per un combattente delle battaglie generose nelle quali portava la sua fede mazziniana e lo spirito garibaldino che sentiva egli fluire nel sangue e cantare nell’anima. Così lo aveva definito un compagno di lotte in un volumetto pubblicato subito dopo l’eccidio.

Sfruttando come copertura la sua attività commerciale, faceva la spola tra Roma e i Colli Albani per organizzare azioni clandestine e tenere le fila della Resistenza nei Castelli romani.

A quanto risulta dalle carte conservate in Archivio di Stato, il suo ufficio in piazza S. Claudio nella Capitale era divenuto uno dei centri nel quale si riunivano il sindacalista Bruno Buozzi, Ugo della Seta e il generale Simoni.

Di delatori e traditori in quel periodo ce ne erano tanti. Così fu arrestato dai tedeschi il 22 febbraio, mentre si preparava a partire per Velletri alla ricerca dei familiari rimasti colpiti dai bombardamenti.

Nelle lettere indirizzate al fratello e alla moglie raccontava di trovarsi in una piccola e stretta cella infestata da insetti indesiderabili. Erano in quattro.

La fame è tanta da far spavento, si dorme su un lurido pagliericcio per terra, fra pulci, pitocchi e cimici che sono le più schifose e tormentose, si è completamente allo scuro, senza asciugamano, senza lenzuoli, dal giorno che mi hanno arrestato che dormo vestito… ” come riportato dall’Anpi.

Scriveva alla moglie di non spaventarsi quando lo avrebbe rivisto. E intanto si preoccupava del negozio, delle fatture da pagare: le avrebbe saldate al più presto, così come era sicuro che avrebbe riabbracciato la sua famiglia.

Quel giorno, in particolare, si sentiva sollevato: finalmente aveva ottenuto di poter fare una doccia e un bel raggio di sole illuminava il foglio che aveva sulle ginocchia, mentre scriveva seduto sul solito ruvido pagliericcio. Quel giorno era il 24 marzo. Venne prelevato e ucciso. Dieci italiani per ogni tedesco ammazzato nell’attentato di via Rasella.

Ho letto da qualche parte che “non ebbe consapevolezza o presentimento della fine che giunse in maniera improvvisa, violenta e inaspettata”.

Improvvisa, violenta e inaspettata, la fine di chi ha compiuto gesti enormi nell’attesa di giorni migliori, nell’attesa della Liberazione.