Tramonto a Rio Martino (foto di Massimo Furlan)

Lo vedete questo mondo? E’ così, è incredibilmente così. Viviamo in questa terra che ha per confine il mare e le parole non servono, sono inutili. Che destino ha questo posto ci viveva l’uomo di Neanderthal, ma dicono che è “nuovo”, che non c’era nulla, e che non si poteva vivere. Ci vivevano le maghe e il racconto di tuta l’umanità nasce con una scenografia che finisce qua, da Circe, ma dicono che tutto è “nuovo”. Ma guardate che bello questo filo di cielo al suo annerire, questa linea grassa di mare e una torre di guardia senza paura. E’ Rio Martino, 10 minuti di auto dal centro di Latina col suo rumore, e se vado verso monte salendo per Bassiano pare che ho in tasca le dolomiti. Come se la bellezza della ragione fosse avvolta nell’irragionevole bellezza della passione di questa natura sconvolgente.

Chissà se ieri nella discussione, sicuramente dottissima, su “Storia di Piera” di Marco Ferreri nelle sue scene di una Bologna di ragione, ma di una Latina di scelta, si sia accennato al film prima di ogni cinema che è l’Odissea di Omero che “gira” scene di donna qui. Una donna determinata di se, cosciente del suo amore, indipendente oltre la libertà, anche nella magia. Viveva in un palazzo circondato da fiere che erano stati uomini, ma ora sono di maga. Una donna che non ha pressioni, in una terra dove la storia, la memoria inizia con questa libertà donna. Poi l’amazzone Camilla che, come la Piera di Dacia Maraini e Piera degli Esposti, combatte la vita, o il campo di battaglia, ma per vincere. Qui anche i fantasmi sono femmine, qui la palude è così donna, cosi Circe che per secoli e secoli ha fatto di uomini fiere, quelle fiere mezzi uomini, mezzi cavalli, leoni liberi che sono i butteri.

Guardate la bellezza sta nel silenzio, non sta nel filo del rigore della forzata coscienza, ma nel piacere sottile di amare qui, e Circe amando si voleva far amare.