Stefania Valerio
Stefania Valerio

Donne aggredite, picchiate, oltraggiate, umiliate, annientate, uccise. Dai loro compagni, mariti, fidanzati o ex. E’ la cronaca giornaliera di storie che molto spesso si somigliano tra loro. Racconti in cui l’innamoramento si tramuta in possesso, la dolcezza in rabbia, il corteggiamento in ossessione, la speranza di cambiare in totale rassegnazione. Un buco nero dal quale non si riesce più a vedere la luce.

Di questo difficile, ma non impossibile percorso terapeutico, ne abbiamo parlato con Stefania Valerio.

Psicologa, pedagogista, referente del Teaming Up della Fidapa di Formia, Gaeta e Minturno, membro del Gruppo Terziario Donne della Confcommercio Lazio Sud, presidente dell’associazione “L’Approdo”.

Quali sono le conseguenze psicologiche per una donna vittima di violenza?

Soprattutto la perdita di autostima, perché ci si sente colpevole. Più delle volte è la donna a chiedersi se è stata lei stessa a mettersi nella condizione di ricevere maltrattamenti. Poi per lungo tempo rimane bloccata, chiusa nel suo mondo. In tal caso è necessario un grosso lavoro per fare in modo che riacquisti fiducia, credendo che ci sia in serbo ancora un futuro. E la possibilità di trovare un nuovo amore. La violenza psicologica è ben diversa da quella fisica, ti congela l’anima.

Se da una parte l’uso dei social ha permesso a molte donne di denunciare quanto subito, dall’altra avrebbe determinato l’aumento del fenomeno. E’ possibile uscirne?

Sì, cambiando la nostra percezione della cultura della donna e ricominciando ad educare i ragazzi fin da piccoli. Insegnare loro il rispetto dell’emozione, la consapevolezza che l’altro non è una proprietà. Aspetto fondamentale perché si crea un meccanismo che impedisce alla vittima di non denunciare per paura di essere controllata su Facebook o su WhatsApp. C’è ancora un muro di omertà. E lo dimostrano i dati statistici, secondo i quali, i giovani considerano la violenza più importante solo quella sessuale, ignorando ad esempio l’esistenza della violenza domestica.

Cosa allora dovrebbero fare nel concreto le scuole per impedire il femmicidio?

Riprendere in mano il valore dell’educazione civica e inserire un’ora di empatia. Gli studenti devono sviluppare questo “sentimento di sentire l’altro”, la reciprocità. Farsì che non ci siano discriminazioni di nessun tipo. Solo così il ragazzo capisce che quando viene meno un rapporto d’amore, d’amicizia non è un delitto. Si può costruire un nuovo amore, una nuova amicizia.

A livello locale, nel Sud Pontino, come si presenta la situazione?

Il problema è quando vengono nel mio studio delle donne che subiscono violenza con un minore a carico. Non si sa dove mandarle, poiché non avendo un’indipendenza economica non è facile toglierle da quell’ambiente domestico. Le strutture a cui far riferimento sono fuori dal territorio e questo vuol dire passare attraverso i servizi sociali del Comune. Procedure burocratiche che si protraggono nel tempo, rendendo ancor più vizioso il circolo di cui sono vittima. Come accadde a Filomena Lamberti, sfigurata con l’acido dal marito. Dal padre dei suoi figli, che oggi è ritornato in libertà per buona condotta. E la sua testimonianza l’ho riportata in un convegno organizzato il 16 novembre scorso, all’Istituto Filangieri di Formia. Proprio per lanciare un messaggio: “non perdete mai la propria identità”.

E’ stata assessore alle politiche sociali al comune di Formia, nell’ultimo mandato di Bartolomeo. Crede che la politica abbia un ruolo determinante nella lotta contro la violenza?

La politica ha un ruolo marginale rispetto a ciò che può fare la Magistratura, dando delle pene certe ai colpevoli, agli assassini. Non facendoli uscire prima del previsto. Penso al futuro e a tutti quei bambini che non hanno né più il padre, nè la madre. Verranno affidati ai servizi sociali o ai nonni, ma crescendo porteranno sempre il peso dell’abbandono.