di Francesco Miscioscia – Il Teatro dell’Opera di Roma e la cultura capitolina in generale hanno subito un altro colpo da KO. Dopo l’abbandono del maestro Riccardo Muti, sono stati licenziati coro e orchestra. La decisione è stata presa dal cda. Motivo? “Far rinascere il Teatro”.

La prospettiva ora è l’esternalizzazione. In pratica, agli uomini e le donne che non la loro professionalità hanno contribuito a fare grande l’Opera a Roma viene dato il benservito. Al loro posto, con ogni probabilità, artisti dell’est con meno richieste ed esigenze dal punto di vista sindacale e dei diritti.

Il sovrintendente Fuortes dice che l’alternativa sarebbe stata la chiusura. Chiaro, ma in questo modo si calpesta quella che è la natura del Teatro dell’Opera, da sempre palcoscenico delle più grande eccellenze nazionali e non solo. Anche il ministro Franceschini ha sottolineato che la decisione è stata tanto “dolorosa” quanto “necessaria”. Marino invece ha puntato il dito contro la situazione che ha ereditato e “una serie di situazioni” sopraggiunte.

Il problema fondamentale di tutta questa vicenda è che la politica non ha saputo salvaguardare un bene nazionale. L’opera di mediazione delle istituzioni, non ci stancheremo mai di ripeterlo, poteva e doveva essere più incisiva. Una situazione gestita male è degenerata. E adesso quella che era uno dei fiori all’occhiello dell’intero panorama culturale italiano è diventato una sorta di discount.

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