La mia classe a Sezze con il maestro Silvio Sacripanti

Apro il cellulare, Massimo Passamonti mi aveva mandato un messaggio: “è morto il papà dell’avvocato Sacripanti, il tuo maestro”. Sono rimasto di sale, come una certificazione, come se oggi la vita mi avesse detto: la tua infanzia è finita, per sempre.

Non ho da tempo i genitori e questo ti fa solo davanti alla speranza del tempo. Non ho nulla da recriminare, è la vita, ma sapere che il mio maestro ancora c’era mi dava l’idea di essere anch’io, ancora, un poco ancora bambino.

Silvio Sacripanti era il mio maestro. Lui fu il primo, fuori dalla famiglia, a farmi sentire importante. Era amico di mio padre e noi ci stavamo trasferendo a Latina, venne a casa e chiese un favore a papà: “lassamio su mammoccio, è brutto che se ne va accosì, sta bene co gli atri. I me faciaria piacere che rimanesse”. Mio padre e mia madre, per la gioia di nonna, che non escludo avesse complottato col maestro, mi lasciarono. Poi ebbe una pazienza infinita, quando, dopo che fui investito da una macchina alla vigilia della quinta elementare, mi aspettò, mi organizzò la presenza in classe (Giangavetto ebbe l’incarico del trasporto caricandomi quasi a spalla per portarmi a scuola) e mi mandava le lezioni in ospedale se non ci potevo essere.

Veniva a scuola tutti i giorni, un solo giorno d’assenza in 5 anni, mai un ritardo. Ci potevi rimettere l’orologio. Indossava due manicotti neri per non sporcarsi la giacca e tutta una tirata. Amava la storia e la geografia, cose che amo come tutta la mia vita. Ci faceva recitare la storia drammatizzandola, e il maggior successo l’ottenni nello scrivere l’incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, con un fichissimo “obbedisco”. Finivo i compiti in classe per primo o giù di lì e mentre aspettavo giocavamo, io e Giangavetto, con una cartina muta ed elettrificata: c’erano le domande e dei bottoni di metallo sulla cartina, se l’azzeccavi si accendeva una lampadina. Eravamo campioni, tanto campioni. Ma, lo devo dire altrimenti mi riprende, il campione, il leader di tutti noi fino al ’68 era Sgaracca, e non si discute.

Una volta, meglio, l’unica volta, non venne a scuola. Noi eravamo in classe, che fare? Decidemmo la fuga, Sgaracca comandava, ma Pino Martufello era un complottista (uno dei compagni più generosi che ho incontrato nella mia vita) determinato organizzò il tutto. Stavamo a Piagge Marine, gettammo le borse dalla finestra e poi, liberi di fardelli, uscimmo in massa dalla porta. Il “sistema” non era preparato a questo e conquistammo l’unico nostro giorno di libertà.

Sono stati anni bellissimi, eravamo pieni di cose che poi il mondo ci avrebbe smentito, ancora oggi quella rete è viva e mi capita di passeggiare con Mario “cacetto” per Latina, di sfotterci con gli altri, di litigare con Sgaracca perché ero esentato dal portare la legna a causa del mio mal di schiena. E chi non c’è più come N’Ghitto, chi lo incontro ancora per il piacere di allora: Loretta, con cui condividiamo il cognome, Antonella, Alessandra. E Maurizio Manni a cui ho, inutilmente, suggerito di non portare il vinchio perchè le prendeva, e lui lo ha portato per 5 anni.

Avrete capito che se ne è andato un pezzo della mia vita, ricordo la casa del maestro a via Corradini aveva una scala ripidissima. Ricordo che quando mia nonna, mio padre (che pure erano amici), lo chiamava “sor mae'”, con deferenza.

Sono questo anche per lui, e di lui, del mio maestro in questo scritto c’è lo scrivere, e capirete che sono un poco più solo. Ciao, Sor Maè, quando vedi mio padre digli che fece bene a lasciarmi con te.