Vengo dalla terra dei carciofi.
Detto così pare bello, come vantarsi del cedro in libano, dell’acero in Canada, dell’ulivo in Grecia.
Ma, ogni posto, trova nelle radici le sue ragioni. Gli umani respirano la stessa aria delle piante, vivono la stessa terra e… diventano come loro.
I carciofi non hanno semi, “rinascono”, sono un’Araba fenice verde. Pezzi di loro rimessi a terra tornano loro, all’infinito. D’inverno paiono morti, secchi, uccisi e offesi, poi ritornano amari. Mio padre me li vece toccare, i cipollitti, che po, mi disse, sarebbero diventati carciofi, come chi di venerdì muore e di domenica che non passano tre giorni e risorge, ma amari.
Amari tra le mani, di un amaro che odora di faccia che si digrigna. Amaro persistente infinito, amaro verde.
Un vecchio signore faceva la pubblicità dell’amaro di carciofi, ma era pulito in bottiglia, dentro l’alcol che è follia che intenerisce. L’amaro del carciofo è un’altra cosa, è la vita amarissima di chi vive nella terra che da queste piante.
Rugose le piante di carciofo, come giovani già vecchi perché persi nel tempo.
Una foglia, poi l’altra, dentro il cuore e un sapore verde in bocca, che manda via tutto prepotente come il sole che qui picchia in testa e non ha pietà.
C’è sempre stato, come c’è sempre stata qui la mia gente che immaginava la rinascita dalla morte. Perché dalle mie parti capiscono il risorgere? Perché qui la pietà del Dio uomo che ri nasce, perché il rinascere è la fede che quello che oggi è “morte” domani è vita.
Questa pianta se la butti tra gli inferi della brace, cuoce dentro, brucia fuori ma resta generosa per chi la mangia.
Il popolo di Dio, venuto qui da terre promesse, l’ha scelto per dare conforto dopo il digiuno. Digiuno che è fame per risorgere
Siamo dei risorti, siamo dei bimbi che rinascono bimbi e l’amaro della vita diventa il dolce del verde in bocca.
Se non capisci i carciofi non comprendi questo amaro di vivere