Settimana-sociale
Il premier Gentiloni alla Settimana Sociale

Conclusasi a Cagliari domenica 29 ottobre, la 48.ma edizione delle Settimane Sociali dei cattolici Italiani, l’appuntamento a cadenza pluriennale che ha scandito molte delle tappe decisive della storia d’Italia, vuole segnare per la vita ecclesiale italiana un punto di ripartenza.

Introdotto nel 1907 dal beato Giuseppe Toniolo, uno dei padri della moderna dottrina sociale della Chiesa insieme a Leone XIII, l’appuntamento delle Settimane sociali ha anticipato spesso momenti di svolta, come nel 1945 con la stagione della costituente e ancora la nuova legislazione delle relazioni industriali nel 1970.

Davanti ad una Italia in crisi – crisi economica, occupazionale, demografica, politico-istituzionale, in ultima istanza: crisi dell’umano vivere insieme – i cattolici italiani sono tornati a far sentire con forza la propria voce e – ed è questa la novità significativa – sembrano voler rientrare direttamente nell’arena dei problemi socio-economici e socio-politici, da dove un intimismo deleterio li aveva esclusi.

Tornare a partecipare per offrire la propria originalità cristiana in un contesto di aridità dell’umano.

Le giornate cagliaritane invitano ad un rinnovato impegno dei cattolici italiani – e della Chiesa, come soggetto attivo nella storia degli uomini – per rispondere ad un dramma concreto per tutti: la mancanza di lavoro, il miraggio del lavoro degno, attraverso il quale l’uomo si realizza come persona, soggetto creatore fatto a immagine e somiglianza di Dio. Ecco il proprium dei cattolici: dare un senso al lavoro per innalzarlo.

L’antropologia cristiana per umanizzare il lavoro in altri termini. È stata l’esperienza di Adriano Olivetti e della fabbrica-comunità ad Ivrea così come dell’economia di comunione di Chiara Lubich o della scuola di economia civile di Stefano Zamagni, che ha riscoperto l’economista napoletano Genovesi con la sua visione non riduttivistica della scienza economica, riconsiderando il mercato come una dimensione dell’uomo che è essere in relazione e che non può prescindere dalle virtù della mutua collaborazione e dal bene comune.

Non solo il Progetto Policoro e altri strumenti per creare nuova occupazione, fare evangelizzazione e favorire inclusione, non solo la ricerca, la diffusione e lo sviluppo delle “buone pratiche” (cooperative, consorzi, incubatori di start-up, aziende che restano sui territori puntando sull’eccellenza e generando valore condiviso…), ma anche proposte rivolte direttamente al Governo italiano e all’Europa: rimettere il lavoro al centro dei processi formativi e rimodulare le aliquote IVA per le imprese; contrastare la pratica degli appalti “a ribasso” da parte della Pubblica Amministrazione e canalizzare i risparmi dei PIR (piani individuali di risparmio) verso le piccole e medie imprese che adottino caratteri di sostenibilità sociale e ambientale.

Si tratta di garantire un “ecosistema favorevole” per chi lavora e per chi crea lavoro rimettendo al centro l’uomo e le sue esigenze elementari e fondamentali. Quindi lavoro per tutti e lavoro vero: nessuno credito a teorie come il “reddito di cittadinanza” o il “lavorare gratis” (De Masi).

Una missione assunta da tutta la Chiesa italiana, volenterosa di formare nuove leadership che possano intervenire in modo efficace e determinante nella società anche attraverso una nuova fioritura di personalità laiche che sappiano assumersi le proprie responsabilità di cittadini e di cristiani. Diceva Toniolo: il cristiano che vuole incidere sull’economia deve possedere due cose: visione e competenza. Non l’una senza l’altra, aprendo la strada all’utopia e alla tecnocrazia.