“Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”, sono parole di Italo Calvino ne “Le città invisibili”. Ma la mia di città che risposta dà, ed io, a monte, che domanda faccio?

Vengo da un posto dove era chiara la mia domanda e la risposta lampante: chiedevo di non esser solo e la comunità era intorno. Chiedevamo tutti la stessa cosa e la cosa aveva creato una identità, una lingua, modelli di vita, una fede misericordiosa.

Qui a Latina? Ci siamo trovati un foglio bianco, potevamo scrivere ogni poema. Anzi qualche traccia c’era: la maga Circe aveva provato l’amore ma Ulisse se ne era andato, lei aveva fatto di uomini porci; sul mare la Mater Matuta aveva partorito un domani; e via così. Ma noi non ci siamo posti domande umane “non voglio essere solo”, “è possibile l’amore nella bellezza”. Noi qui ci siamo “accomodati”, abbiamo deciso di fare cose comode per noi e degli altri che fa? Abbiamo posto ciascuno una domanda che non aveva risposta negli altri, ma confortava la nostra paura.

“Le città – dice Italo Calvino – sono un insieme di tante cose: di memoria, di desider

Se non ricordiamo e reinventiamo ogni volta i ricordi, se non desideriamo il futuro ma siamo appagati dalla ingordigia di oggi, se non abbiamo parole per dire che, e chi siamo, non siamo città, ma insieme di case in ordine casuale.

Mi piacerebbe diventassimo Diomira“chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate si accorciano e le lampade multicolori si accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una donna grida: uh!, gli viene da invidiare quelli che ora pensano di aver già vissuto una sera uguale a questa e di essere stati quella volta felicii, di segni di un linguaggio, le città sono luoghi di scambio… ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi“.