Il tema della libertà di educazione e del pluralismo scolastico è tornato di attualità a Latina per via delle scuole paritarie comunali e di famiglie e Vescovo impegnati ad evitarne la statalizzazione, strada che invece pare aver imboccato l’Amministrazione locale.

Il fatto che nel 2017 si torni in Italia a parlare di “statalizzazioni” sembra addirittura un anacronismo degno di far impallidire la più anziana delle suorine. Ma ammettiamo che, almeno tecnicamente, un “piano quinquennale” sulle scuole sia davvero la soluzione meno dispendiosa.

Siamo sicuri che dismettere le scuole paritarie e imporre di fatto il monopolio statale oltre che la soluzione più economica sia anche una scelta che serva al bene comune? A questo proposito mi permetto di suggerire uno spunto di riflessione, tornando ai padri della Repubblica e in particolare agli scritti costituenti di Aldo Moro, di cui nei giorni scorsi è stato ricordato l’anniversario del rapimento ad opera delle Br.

In “Governare per l’Uomo” (Castelvecchi 2016), una raccolta di interventi dello statista italiano, troviamo una lezione su “I principi della libertà di educazione” che potrebbe essere un utile sussidio per allargare la discussione, che rischia inutili strumentalizzazioni. Riporto qualche stralcio che spero possa essere utile a ricordare quanto in ogni epoca tutti noi siam sempre “nani sulle spalle di giganti” per usare la celebre espressione di Giovanni di Salisbury.

“Una Costituzione – afferma Moro – la quale, dopo aver affermato che ragion d’essere e criterio di misura di ogni potere e attività sociale è l’uomo, omettesse il diritto di garantire il diritto al raggiungimento della libertà responsabile dell’uomo cosciente di sé e del mondo, sarebbe in contrasto con se stessa. […] voler esaurire però nello schema di obbligo questa complessa situazione […] significa invertire l’ordine naturale delle cose, dimenticando tra l’altro che il primo senso dell’obbligo naturale dell’istruzione e dell’educazione non riguarda il rendere servizi sociali, che è pur cosa rilevantissima, ma l’attuazione della propria personalità nelle sue esigenze spirituali e morali”.

Il diritto all’educazione, aggiunge Moro, è diritto a ricevere adeguate prestazioni, ma “è anche diritto a ricevere un determinato contenuto di esse, il quale sia tutto coerente a quella premessa di libertà, di dignità e di autonomia della persona dal quale esso scaturisce […] affermare infatti un diritto ad essere istruito ed educato in base ad un programma che corrisponda agli orientamenti dei legittimi rappresentanti del fanciullo e poi richiedere allo Stato di rendere accessibile gratuitamente agli interessati l’istruzione non implica contraddizione, se dello Stato si accetti una concezione democratica […] che, perseguendo come supremo interesse collettivo lo scopo della cultura lascia alle persone libertà sufficiente di formarsi […] e non da esso stesso, a differenza dello Stato totalitario, i criteri di misura di ciò che etico ed umano”.

Infine, ammonisce Moro “servizio pubblico non equivale a monopolio. Funzioni sociali come quelle di polizia, difesa militare, amministrazione della giustizia si presentano come funzioni esclusive dello Stato, perché ne sono la ragion d’essere. Non così invece in materia di educazione nella quale, se lo Stato ha un indubbia competenza, non ha certo poi una capacità esclusiva, per la natura squisitamente spirituale e personale dei rapporti di cui si tratta […] Neppure una concezione collettivistica ispirata ad una esigenza di giustizia sociale potrebbe contrastare a ciò, perché qui gli aspetti economici relativi al rendimento del servizio sono di limitatissima portata di fronte a quelli spirituali e personali. Soltanto una concezione radicale nel senso totalitario potrebbe assumere il contrario, la concezione che faccia dello Stato un organo dell’assoluto, portatore di indiscutibili verità, Dio in terra. Ma questa concezione […] per la quale lo Stato è l’organo della verità e lo strumento della nuova rivelazione umana della civiltà moderna, si condanna da sé, soprattutto in un paese come l’Italia che ha il culto della personalità e tradizioni sanamente individualistiche […] una tale concezione di fatti è condannata, perché antidemocratica, dalla nostra coscienza antifascista che rifiuta di sacrificare la persona umana sull’altare dello Stato”.

Le parole di Moro riflettono una visione dello Stato profondamente laica, democratica, pluralista, contrapposta ad ogni Stato etico ed accentratore e in cui l’associazione volontaria dei cittadini e l’associazione naturale della famiglia sono servite e valorizzate, secondo il troppo spesso disatteso principio di sussidiarietà. Sussidiarietà che va intesa nella sua duplice accezione orizzontale (favorire e responsabilizzare la società civile) e verticale (favorire l’intervento dell’ente pubblico più prossimo ad un problema, e solo in caso di insufficienza di quest’ultimo passare la mano all’ente più grande).

In Moro la centralità della persona prevale sulle ‘ragioni dello Stato’ originando un nuovo umanesimo. L’educazione e l’istruzione non sono solamente servizi dei quali sia sufficiente assicurare l’erogazione ma innanzitutto fatti che attengono alla formazione della personalità e ai valori di una comunità, e sappiamo quanto la Costituzione intendesse tutelare tutte le formazioni sociali intermedie in cui il cittadino cresce e sviluppa la propria personalità ritenendole essenziali alla democrazia.

L’auspicio è che su questa e altre questioni la lezione di Moro possa essere raccolta e ispirare anche le nuove classi politiche, perché seguendo un paradigma tecnocratico non pretendano – come recita la copertina della stessa raccolta edita da Castelvecchi, riprendendo un altro passo di Moro – “l’assurdo di risolvere i problemi economici con strumenti economici (che sarebbero condannati al fallimento) né che si veda nell’economia il termine ultimo, la ragion d’essere, il senso fondamentale dell’umanità”.

*Benedetto Delle Site è Vice segretario dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti Gruppo Lazio