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Oggi come un anno fa scompariva Giulio Regeni. Nello stesso giorno in cui, cinque anni prima, iniziavano le proteste di piazza Tahrir che avrebbero portato alle dimissioni del presidente Mubarak e ad una rivoluzione mai concretizzata.

Di Regeni potremmo dire molto: era un ricercatore, un dottorando, un accademico che aveva lasciato presto la provincia italiana per studiare all’estero e che a Il Cairo si trovava proprio per seguire un progetto di ricerca universitario. Quello che è accaduto mesi fa ancora oggi resta un mistero. Giulio verrà trovato una decina di giorni dopo la sua scomparsa in un fosso lungo una strada di periferia, seminudo, con il corpo mutilato e chiari segni di tortura. E le prime settimane delle indagini saranno ricordate per i tentativi delle autorità locali di addurre la scomparsa del ricercatore ad un incidente o a motivi passionali, celando forse goffamente la sospetta volontà di mettere tutto a tacere in tempi brevi. Questo delitto potrebbe nascondere molto di più di quanto non sia sembrato nelle prime ore, dando anche la misura delle condizioni di un paese, l’Egitto, che vive di paradossi e regimi vestiti d’occidente.

Dai nuovi elementi emersi alla difficile indagine e ricostruzione dei fatti, la verità di cosa sia accaduto 365 giorni fa e di chi e perché abbia ucciso così barbaramente Giulio Regeni appare ancora lontana. Ma oggi più che mai necessaria. Perché Giulio era un ragazzo di 28 anni, di quella generazione, la mia, che si sente europea anche quando l’Europa dimentica di esserlo. Di quella generazione che mentre veniva definita “choosy” faceva delle opportunità una scelta, tentando di fare della passione una professione. Perché Giulio era un ragazzo, come noi. E chiedere verità e giustizia per Giulio è ottenerla per tutti noi.