internazionale

No, non è il gadget comprato in qualche grande città da uno spettatore qualunque e indossato così, per un vanto che diventa tracotanza, per andare al circo a Latina. Quel giubbotto con la scritta “Cirque du soleil” sta addosso proprio a un rappresentante del Cirque du soleil, Pavel Kotov, che in zona pontina c’è rimasto per giorni per guardare, scrutare, scovare il genio e infine giudicare i numeri del Festival internazionale del Circo. Ed era in buona compagnia, con gente, tanto per fare qualche nome più conosciuto, del festival del Circo di Montecarlo o del Grande Circo di Mosca.

In poche parole Latina ha ospitato, e lo fa da anni, i rappresentanti mondiali del circo che sono venuti qui per giudicare i numeri in gara. Che se fai spostare tante di quelle personalità non è che puoi proporre esibizioni scadenti.

Dunque a Latina ci sono due realtà internazionali, e con internazionali si vuole significare che sono conosciute in più di un continente: il Campus Internazionale di Musica e il Festival Internazionale di Circo. Che, per chi non lo sapesse, non esistono da ieri. Il Campus ha quasi mezzo secolo di vita, il Festival del Circo due decenni. Che non sono tanto gli anni a dare lustro, ma il modo in cui questi anni sono vissuti. Con fatica, coraggio e perseveranza. In dosi massicce.

Come risponde il pubblico a tutto questo? Bene in realtà, se si considerano gli spettatori presenti. Cinque giorni di festa, tra giocolieri, clown e zucchero filato. E la cosa finisce lì. In un’assoluta mancanza di continuità e curiosità.

Ad oggi ancora non si capisce si tratti di un male endemico o di un bene teso alla conservazione dell’ecosistema, la naturalezza travestita (spero) da indifferenza, con cui si accetta il posto dove si vive.

Se è un piacere un po’ snob raccontarlo come una sorta di selvaggio borgo natìo, godendosene ogni sfumatura ed evitando ogni pubblicità che potrebbe attrarre gente da fuori, oppure se tutto venga vissuto con un certo fastidio, come una specie di cosa dovuta.

Una giovane collega, arrivata quest’anno a Latina, dopo anni passati tra San Donato Val di Comino e Cassino, che ha preso servizio il primo settembre nella mia stessa scuola, dopo un fine settimana passato tra le dune di Sabaudia mi dice che è una meraviglia avere il mare così vicino. Il lunedì è felice e questo non è usuale. Mi chiede indicazioni per andare a Roma. Le spiego che la stazione è fuori città. Torna felice un altro lunedì dicendo che “è solo mezz’ora di treno!”.

Torniamo al Circo che proprio in queste ore sta levando le tende. Arrivederci alla ventesima edizione. Un anno che passerà nel silenzio totale di una città incartata tra progetti e idee anche buoni, ma non realizzati. Perché ideare è fantasia, è gioia della mente. Realizzare è fatica fisica. Realizzare e perseverare sono i lavori forzati della mente, quella sensazione che la parola stress traduce solo in parte.

In un progetto, in un’idea in un disegno o racconto si potrebbe avere il Circo? Qualcosa che sappia andare oltre l’alone di tristezza che la letteratura gli ha attribuito in tempi nei quali la gente moriva di fame e di freddo in Europa?

Al bel Caffè letterario, condotto venerdì scorso da Dina Tomezzoli all’interno della tenda, sono stati presentati libri editi anche da case editrici importanti, sul circo. Sarà il caso di leggerne qualcuno? Di arrivare più preparati alla prossima edizione? Di indignarsi se un anno il Festival non si fa? Di indignarsi perché dura troppo poco? Di chiedersi perché la Rai concede spazio a Montecarlo e non lo concede a Latina?

Arrivederci alla ventesima edizione.