di Ago Madonna – Se a livello nazionale il Partito Democratico è ormai orfano del suo nuovo segretario (che ha preso il volo verso Palazzo Chigi), per ciò che concerne le realtà regionali le novità sono appena giunte. Nella domenica delle vittoria in Sardegna, il PD ha eletto i suoi nuovi segretari regionali, ed il Lazio non è stato da meno. Il nuovo segretario regionale è Fabio Melilli: ha ottenuto circa il 62% dei voti, distanziandosi molto da Lorenza Bonaccorsi, che ha carpito più o meno il 30%. Il ‘civatiano’ Marco Guglielmo si è fermato ad un onorevole 8% dei voti. Hanno votato meno di 50mila persone, una nota alquanto dolente che denota una scarsa partecipazione e coinvolgimento.
Ora, a posteriori, possiamo analizzare più nello specifico i reali fattori di un confronto per molti già deciso dall’inizio della partita. È stata una questione tra ‘renziani’, della prima e dell’ultima ora. La scelta del segretario regionale nel Lazio si è giocata tra sottoinsiemi: una lotta tra correnti in una corrente più grande. Perché, ormai, nella regione guidata da Zingaretti, altro nel PD, oltre i fan di Renzi, poco è rimasto. E così gli elettori laziali si sono trovati a scegliere tra due facce della stessa medaglia. Da una parte il renziano dell’ultimissima ora (Fabio Melilli), sostenuto da buona parte del PD, a cominciare dal presidente di regione Nicola Zingaretti, passando per la corrente dalemiana e dei ‘Giovani Turchi’, i franceschiniani di ‘AreaDem’ e ampie parti del partito romano.
Dall’altra la renziana della prima ora (Lorenza Bonaccorsi), molto vicina a Paolo Gentiloni di cui è stata capo delle segreteria durante il periodo al ministero delle Comunicazioni, ex FGCI e leopoldina militante dal 2010. Nonostante un buon bacino di voti (soprattutto capitolini), per lei superare l’armata melilliana era impresa quasi impossibile. Per due ragioni principali: una perché l’ex presidente della provincia di Rieti è uomo di partito, abile nel tessere rapporti trasversali tra le varie aree soprattutto a livello regionale. E non è stato un caso che degli 13 consiglieri seduti alla Pisana, 11 abbiano pubblicamente dichiarato di appoggiarlo. L’altro motivo ha un nome e un cognome: Goffredo Bettini, plenipotenziario romano, ex comunista alto borghese molto legato a Pietro Ingrao, con amicizie un po’ ovunque. Se si muove lui, si muove il partito nella Capitale e su una cosa si può stare certi: difficilmente punta sul cavallo elettorale sbagliato (Marino docet). Nella lotta, onore delle armi al civatiano Marco Guglielmo, che si è battuto con orgoglio e speranza, ottenendo comunque un responso da cui poter (ri)partire…





