Omicidio Moro a Latina, il pentito Pugliese: “A sparare è stato Grenga”

In tribunale a Latina si torna a parlare dell’omicidio di Massimiliano Moro durante l’udienza del processo che contesta ad appartenenti del clan Ciarelli e Di Silvio l’aggravante mafiosa. Ieri il confronto in Tribunale. Gli imputati per l’omicidio sono Ferdinando Ciarelli, Antoniogiorgio Ciarelli, Simone Grenga e Ferdinando Di Silvio. A parlare, accusando Grenga dell’omicidio, il collaboratore di giustizia Renato Pugliese. L’omicidio fu compiuto in un appartamento di latina dove Moro viveva contro la volontà del proprietario, e si è tornati ad indagare dopo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia: Renato Pugliese, Agostino Riccardo e Andrea Pradissitto. L’ipotesi degli investigatori sul delitto era che l’attentato contro Carmine Ciarelli, avvenuto la mattina dello stesso giorno in cui fu ucciso Moro, scatenò la reazione. Il giorno dopo fu ucciso anche Fabio “Bistecca” Buonamano per mano di Giuseppe “Romolo” Di Silvio e Costantino Di Silvio detto “Patatone”. I fatti sono stati ricostruiti in aula da Pugliese.
L’uomo ha raccontato della sua amicizia con Moro. “Spendeva 1000, 2000 euro al giorno. Ero il pupillo di Moro gli avevo ispirato fiducia. Quando Moro dava un appuntamento alle persone controllava sempre, spesso non si faceva trovare e scrutava da lontano col binocolo per essere sicuro che all’appuntamento non ci fosse nessun altro. Moro metteva parrucche, si trasformava perché non voleva farsi riconoscere. Era criminale nell’animo ma aveva rapporti anche con imprenditori importanti della città. Giocai a carte con Pasquale Ciarelli e ho perso 24mila euro. Il padre, Carmine Ciarelli, mi disse che dovevo dare i soldi. Feci un pagamento dilazionato ma poi hanno voluto tutti i soldi e mi hanno minacciato. E intervenne Moro per sedare la lite. Poi diedi i soldi e una mini per ripianare il debito. Moro voleva prendere il posto dei Ciarelli a Latina, anche lui aveva un debito di oltre 100mila euro con Carmine e fu schiaffeggiato da Carmine Ciarelli al bar Di Russo ed è proprio in seguito a quell’episodio cha avrebbe mandato qualcuno per sparargli di fronte al bar Sicuranza. Da novembre 2008 a giugno 2010 ero in carcere – ha detto Pugliese – e fu Giuseppe Pasquale Di Silvio, il figlio di Armando Di Silvio detto “Lallà” a spiegarmi le cose. Vidi Moro l’ultima volta, nel luglio 2009, in una udienza di un processo con mio padre. Durante il carcere, Moro mi inviava vestiti e soldi, mi rassicurò. Ero a Cassino e fu in carcere che seppi tutto: rimasi male dell’omicidio di Moro. Poi, quando stavo ai domiciliari, da giugno 2010, mio cugino Giuseppe Pasquale Di Silvio mi venne a trovare. Io avevo paura di essere ucciso visto che tutti a Latina sapevano che ero il pupillo di Moro, ma mio cugino mi rassicurò. Giuseppe Pasquale Di Silvio, con cui sono cresciuto, mi disse non preoccuparmi e che non mi sarebbe successo niente. Chiesi allora chi era stato e mi disse chi aveva ucciso Moro: mi fece i nomi e mi raccontò tutto. Moro fece la finta di dover trovare il responsabile dell’attentato a Carmine ma la sua intenzione era di uccidere Carmine e i fratelli. Per Giuseppe Pasquale Di Silvio erano andati in sei da Moro: Grenga gli aveva sparato materialmente e con lui era salito nell’appartamento Macù Ciarelli, il figlio di Carmine, Andrea Pradissitto, Antoniogiorgio Ciarelli, e un altro che aspettava sotto casa”.

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