Notre dame che brucia

Sono, e resto, giacobino ma quella “chiesa” fu monito del limite anche al nostro delirio, limite che era la pietà. Sono cristiano, e resto cristiano, per quel contraddirsi dei dubbiosi che domandano intorno a certezze e quella “chiesa” è sfida ardita della creatura al creatore per suo onore e in onore di una madre che è “madre universale”. Non brucia una chiesa, brucia una cattedrale, l’idea che noi uomini di questa terra che chiamiamo europa, potevamo creare bellezza per la “gentilezza” con cui eravamo stati creati. Sfidammo il cielo e ancora più su, mettemmo i demoni e le nostre paure dentro quella gabbia che si faceva tempio a Dio. Ne facemmo una, due, tre, tante per sfida tra noi, per dire, al signore, chi di noi (noi come città) fosse più bravo a “cantare” questo inno. Noi e noi soli, in questo angolo di mondo, abbiamo fatto così e per questo siamo liberi: la pietà che ferma l’irragionevolezza della ragione, la ragione che si stupisce della pietà e la modella a non farsi ingiustizia tra misericordiosi e doloranti. Nostra signora, la vergine, la madre, la speranza, l’ultima speranza dei tribolati, dei miserabili, dei sanculotti, dei derelitti del mondo: così bella per i così ultimi. Ecco è quella cosa che è la nostra civiltà, sta bruciando la nostra civiltà, sta bruciando la ragione degli ingegneri, la pietà dei preti insieme l’umanità. Per questo sono triste, per questo sono ferito, e mi segno io che bestemmio.