Il film è appena uscito e tanti vorranno andarlo a vedere, quindi non racconterò il finale. Ma del finale, pur senza rivelarlo, dovrò parlare.

 

Perché questo film acquista senso e valore soltanto con quel finale. Persino il sottotitolo (“La penultima missione”) assume il suo vero significato soltanto perché il film termina in quel modo. Quando, in coda al film, ricompariva titolo e sottotitolo (“I tre Moschettieri. La penultima missione”), qualcuno al cinema seduto dietro di me, commentava: “Ah, la penultima missione! Dunque, stanno preparando un seguito”. No, non è così! O, meglio: potranno anche farne un seguito, ma quel sottotitolo si riferisce proprio a questo film. Nel corso di tutto il film noi abbiamo effettivamente visto la penultima missione dei tre Moschettieri. Ma l’ultima missione l’abbiamo vista nei dieci minuti finali.

 

Senza quel finale, cosa sarebbe stato questo film? Una goliardata. Con tutto quello che di bello e di divertente c’è in una goliardata. Magari un film strano, in cui, accanto a una cura attentissima dell’ambientazione storica per quanto concerne costumi, arredi e scenografie, troviamo una colonna sonora che include Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano: non proprio una musica barocca. Avremmo accettato la comicità molto di parola dei personaggi, sopportando la forzatura di un D’Artagnan (Pierfrancesco Favino) che parla un divertente ma non giustificato grammelot, di un Athos con il pesante accento lucano di Rocco Papaleo, di un Aramis pugliese come quello di Sergio Rubini e di un Porthos trasteverino incarnato da Valerio Mastrandrea. Avremmo riso alla battuta che riassume il dubbio che ognuno di noi si porta appresso dall’infanzia: ma perché, se si chiamano Moschettieri, usano sempre la spada e mai il moschetto? Ma ci sarebbe parso strano che a porsi quella domanda fosse uno di loro quattro che, se sta dentro la storia, non può aver coscienza di quell’incongruenza.

 

Il ritmo del film non è ben calibrato: a momenti con sequenze esilaranti si alternano fasi un po’ troppo lente che rischiano di perdere l’attenzione dello spettatore. Ma, dopo un quarto d’ora in cui ci si chiede il perché delle stranezze di cui sopra, la buona capacità battutistica di Veronesi e Nicola Baldoni, che firmano la sceneggiatura, ti porta a scrollare le spalle dinanzi alle incongruenze per abbandonarti al piacere che la storia e gli strampalati personaggi indubbiamente producono.

 

Poi arriva quel finale. E allora le cose vengono messe tutte al loro giusto posto. Cominci a dire: “Ah, ecco perché…” e tutto torna. I personaggi risultano strampalati e la vicenda sgangherata, ma ora tutto ha un senso. E allora il sorriso, la risata e anche la commozione trovano piena giustificazione e ti danno più gusto.

 

Certo, a essere pignoli, il contenuto del finale avrebbe dovuto essere anticipato, in un paio di momenti, lungo il film. Appena appena accennato, rendendolo incomprensibile se non al sopraggiungere del finale. È il vecchio trucco che i grandi sceneggiatori della commedia all’italiana chiamavano “rimonta” e di cui erano maestri. Così preparato, il finale avrebbe moltiplicato il suo, già considerevole, effetto.

 

Non è un film perfetto, né un capolavoro (che sono merce rara). Ma di questi tempi un bel film italiano, non banale, con un cast d’attori di ottimo livello, va accolto con un applauso.