Il mio professore di Storia e Critica del Cinema, ai tempi dell’Università, Guido Aristarco (uno dei più grandi critici cinematografici italiani), soleva distinguere i registi, dal punto di vista soggettivo, in tre grandi categorie: quelli che si amano ma non si ammirano, quelli che si ammirano ma non si amano e quelli che si ammirano e amano. Voleva dire che un autore cinematografico può incontrare i nostri gusti benché siamo perfettamente consapevoli che, magari, non abbia un grande valore dal punto di vista cinematografico; oppure può esserci un regista che riconosciamo d’indubbio valore ma non incontra i nostri gusti; infine, ci sono quelli che non soltanto hanno un notevole spessore cinematografico ma soddisfano anche pienamente i nostri gusti estetici.

Per me, Bernardo Bertolucci rientra nella seconda categoria di autori cinematografici. Ne riconosco la padronanza tecnica della macchina cinematografica, ne apprezzo lo spessore culturale ma, alla fine, non incontra il mio gusto. E ciò accade perché l’ho sempre trovato lezioso. Da questo punto di vista, ritengo che l’arte più elevata sia sempre quella in cui il prodotto artistico risulta scaturire dalla sintesi fra contenuto e forma: è, per me, uno degli insegnamenti più importanti dell’Estetica hegeliana. Non basta esprimere un determinato contenuto: si tratta di farlo attraverso la forma a esso più congeniale per essere espresso. Se il contenuto eccede rispetto alla forma, il prodotto artistico cade inevitabilmente nel didascalismo, nel predicozzo moraleggiante o in qualcosa di simile. Se, viceversa, è la forma a eccedere sul contenuto, ciò che ne risulta è un leziosismo formalistico in cui l’autore è più interessato a mostrarsi nello stile che nell’intento espressivo.

Personalmente, ritengo che Bertolucci sia caduto troppo spesso nel formalismo estetico. Con una sola, grande eccezione: Novecento.

I due film che compongono il dittico di Novecento costituiscono una delle forme più alte che il cinema italiano abbia raggiunto. Novecento, e non L’ultimo Imperatore, avrebbe meritato non soltanto l’Oscar, ma ben altri premi. Novecento è per il cinema del Ventesimo secolo quello che I promessi sposi è stato per la letteratura del Diciannovesimo secolo: una straordinaria sintesi della storia, delle passioni, delle ideologie che hanno animato un popolo. In esso (in entrambi i film) la visione politico-ideologica di Bertolucci (un marxismo calato nella specificità culturale italiana) non ha avuto la funzione di filtro precostituito per leggere e interpretare la storia, al contrario è stata capace di articolare in un gigantesco affresco l’altrimenti frammentaria miriade di fatti piccoli e grandi che hanno caratterizzato buona parte di quel secolo inopinatamente definito breve da Hobsbawm. Il tutto espresso con una potenza evocatrice delle immagini che ha pochi antecedenti nella storia del nostro cinema, immagini utilizzate con il taglio epico richiesto esattamente dal contenuto che l’autore intendeva esprimere. Epico: vale a dire distanziato e partecipe.

Due soli grandi film, dunque, per me, lascia Bertolucci. Ma non è poco. Perché il valore di un artista non si misura a chili. Non è cioè quantitativamente, ma soltanto qualitativamente misurabile. E la qualità di quei due film è somma.