Mi scuso con voi lettori se oggi parlo del mio lavoro, perché ci sono tanti equivoci. Noi giornalisti abbiamo il dovere del dubbio e non possiamo dare la certezza delle ragioni. Se diciamo quello che i protagonisti delle nostre storie vogliono sentirsi dire siamo inutili, perché già lo sanno, la bellezza di leggere è scoprire cose nuove. Se fossi, ma non  lo sono, amministratore, presidente, sindaco, non comincerei a leggere dal mio giornale, ma da quelli che mi sono contro, nei primi troverei la stupida ripetizione di quel che so, nei secondi gli antibiotici per le mie infezioni.

Cercherei di capire l’altro, non di confermare me. E non direi mai, non ti leggo, perché leggere è bellissimo. Quando gli austriaci dicevano che l’Italia era una espressione geografica, ripetevano la loro verità, ma nei caffè e con le chiacchiere gli italiani ne stavano definendo un’altra. L’Austria oggi è un piccolo stato che oltre alle palle di Mozart non da nulla all’umanità.

Mussolini chiese a Giovanni Ansaldo, uno che l’America la conosceva, opinione sulla sua dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. Ansaldo rispose con una domanda: “Duce lei ha mai veduto l’elenco telefonico di New York? E lui non m’ha saputo rispondere, ha solo scrollato le spalle”. L’elenco telefonico di Roma erano poche pagine, quello di New York alcuni volumi. Perdemmo la guerra. Ecco la funzione dei giornalisti, evitare successi sulla carta, sconfitte sul campo.

Se incontri una opinione uguale alla tua, la tua o l’altra è inutile, una perdita di tempo.

De Gasperi leggeva prima l’Unità, che lo apostrofava con cattiverie indicibili, quella che diceva il Popolo e l’Osservatore Romano lo sapeva già. La più grande biblioteca marxista la tenevano i gesuiti, perchè sapevano che dovevano capire l’avversario, il rosario lo sapevano già.