Luigi Niccolini
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Luigi Niccolini, classe 1971, è calmo, ha i tempi calmi che possono permettersi coloro che il tempo conoscono, ma non è di altri tempi. Ma è efficace, non la butta mai lì, ma esprime ragioni, ragioni mai buttate a caso.

Lui è il presidente di Confagricoltura Latina, l’associazione che raggruppa le grandi e medie aziende agricole, il 64% dei terreni coltivabili. E se, nei modi, trovi il garbo, l’educazione e la storia di una famiglia che dal 1908 sto a Giulianello e fa agricoltura “abbiamo iniziato con la pastorizia brada”, la sua azienda è di 220 ettari, è un pezzo di vita della nostra comunità. Ma i numeri di Niccolini fanno di questa storia comune a tante delle 1200 aziende di Confagricoltura una scommessa per il futuro, per quel ritorno all’agricoltura che sta diventando un fenomeno economico di dimensioni enorme (nel 2018 l’export agroalimenatare italiano è stato di 43 miliardi: “Siamo leader – dice Niccoli – nel kiwi, leader mondiali con un export dell’80%, il 20% delle coltivazioni è su serra dove si fanno 5 o 6 raccolti l’anno, con fatturati fino a 300.000 euro l’anno, in campo aperto siamo a meno di 2000. Riferimento nella produzione di ortofrutta, di fiori (tutte le stelle di Natale sono made in Latina), abbiamo eccellenze nel vino, e tanti giovani tornano alla terra”. E cosa manca? “Manca la consapevolezza della forza di questo settore, delle sue prospettive, noi siamo aziende che producono ricchezza, ma anche le imprese che “gestiscono” e mantengono il territorio. Ma qui a Latina spesso si ragiona per compartimenti stagni”.

E Niccolini fa un esempio: “Le ho detto che la mia famiglia ha la sua azienda a Giulianello, 220 ettari, ma mai abbiamo avuto rapporti con il Comune di Cori, come non ci fosse bisogno l’uno dell’altro”. Parlare con le aziende agricole è fondamentale per la gestione del territorio e delle sue risorse: “pensi al kiwi che è una ricchezza immensa, una ricchezza a cui non possiamo certo rinunciare, ma andrebbero coordinate le politiche sulle risorse, pensi all’acqua e alle necessità di trovare usi ottimali che abbattano i costi per le imprese e siano meno impattanti. Dobbiamo pensare a bacini di raccolta, distribuzione”. L’agricoltura, spiega Niccolini, è “alta specializzazione per avere altissima qualità”. Per farlo vale la storia delle imprese, vale la rete di cultura intorno all’impresa agricola, la presenza dell’istituto agrario San Benedetto.

“So bene che l’opinione pubblica ci vede come romantici con la camicia pesante a scacchettoni, ma è uno stereotipo oggi l’agricoltura è genetica, uso razionali di tecnologie, riduzione del ricorso ai fitofarmaci, l’agricoltura determina la qualità del cibo, l’agricoltura è quello che mangiamo” E Niccolini insiste: “l’agricoltura sono le scoline che drenano l’acqua, i terrazzamenti che difendono dalle frane, determiniamo anche la qualità del posto dove viviamo. E viviamo in un ambiente estremamente fragile”. Ma questi nodi, economici, sociali, politici, di difesa dell’ambiente, di salute debbono diventare patrimonio di tuti, i terreni agricoli non sono “mancate zone edificabili” o “zone di prossima edificazione”, sono il posto in cui viviamo.

E una nota positiva: “dopo decenni e decenni di fuga dall’agricoltura, oggi si torna a fare agricoltura e sono tanti i giovani che scelgono di lavorare la terra, una scommessa nuova”