Tragedia ieri nel laghetto artificiale del parco San Marco a Latina.

Un ragazzo, di 24 anni, originario del Ghana e con una richiesta di asilo politico in corso, è morto.

L’identificazione è avvenuta solo dopo alcune ore.

Si indaga per capire se si sia trattato di un suicidio o di una terribile fatalità legata ad una scelta forse azzardata.

Ma quello che per alcune ore ha fatto notizia era che quel ragazzo era “di colore”.

Terminologia che sottolinea il pressappochismo, per quanto di ampio utilizzo tanto da diventare consuetudine, che non significa assolutamente nulla.

E’ una persona di colore che significa?

Che è giallo, arancione, nero?

Cosa toglie o cosa aggiunge specificarlo se non si hanno gli elementi necessari a dargli una eventuale connotazione?

Cosa toglie o cosa aggiunge alla sua storia.

Ieri è morto un giovane quale fosse il colore della sua pelle non credo interessi alcuno.

E’ giusto che la cronaca faccia il suo corso ma vorrei che si togliesse questo uso inutile di un termine che, tra l’altro, sta assumendo connotazioni negative.

Non si tratta di fare le pulci o di puntare il dito ma del tentativo di ricondurre anche l’uso delle parole alla dimensione che dovrebbero, sempre, avere.

E’ vero che il particolare crea curiosità ma quando si parla di vite umane, di persone, fatte di sentimenti, carne e sangue, non di colori, dosarle significa rispetto.

A Latina in una manciata di giorni ci sono state tre persone morte in situazioni e circostanze che fanno sospettare il suicidio.

Una donna ha tentato, per fortuna non riuscendoci grazie all’intervento tempestivo di polizia e personale sanitario, a gettarsi dalla finestra.

Su questo dovremmo interrogarci senza perdere tempo a dare connotazioni inutili a storie di tragica attualità che sottolineano solo il vuoto che si è creato tra le persone e la solitudine e la sofferenza che troppo spesso sottovalutiamo.

Ieri un morto un ragazzo di 24 anni e questo fa male.