Vedete sono figlio di un mondo dove il culto del trapasso è ragione stessa di ogni vita. I miei erano sempre in lutto per un defunto che comunque c’era. Quando morì mio nonno, io consideravo la mia genia immortale, come tutti i bimbi del mondo. La morte era una storia o un racconto, non era del mio mondo. Mi chiamarono per fargli visita (l’ultima), ma non avevano il coraggio di dirmelo, e io non volevo sentirlo. L’ho visto rigido, era la prima volta che non mi salutava, capii che… poi iniziò Zio N’Cicco Ceccano a raccontare delle cose sue, dei guai, delle gaffe, delle virtù poche e dei difetti che era piena la vita di nonno. Del vino, del coltello, dell’allegria da ubriaco, della fatica da sobrio per la malasorte.

E tutti, iniziarono a ridere, sempre di più ed a mangiare. Mica capivo, come lui era morto e questi ridevano, ridevano di cuore. Lo portarono giù dal palazzo avvolto in un lenzuolo bianco, la cassa non passava per le scale e lo adagiarono al suo posto solo nel portone. Scene così le avevo viste solo alla processione del Venerdì santo ed avvolto nel lenzuolo bianco era Nostro Signore. Poi, la Sacra Sindone e le reliquie, il culto delle cose per non certificare il trapasso ma per continuare a vivere, pezzi di vita, ricordi lunghi, cose stupide. Ecco il portafoglio di mio padre, consumato lo era già, ma lo tengo qua. La fotografia, poi… le sue cesoie “due buoi” che qualche giorno fa ho perso tra la cenere e quasi disperavo di ritrovarle. Vedete per questo ho seguito la scomparsa di Daniele, perché la sentivo nella pancia, nel cuore, un ragazzo non può morire, mai. Come gli affetti hanno per destinazione l’immortalità. Noi curiamo il ricordo, in maniera maniacale, crediamo folli nel Risorto, e che risorgeremo un giorno. Per questo la vita non è un fatto di ciascuno ma la considerazione dell’ultimo ciascuno che ne avrà il ricordo. Custode ultimo di una vita. Ora le ricerche in montagna sono chiuse, terminate, ma non lo sono nei ricordi, ciascuno i propri e nell’ostinazione di tanti di far essere tra i vivi anche chi è così vicino al cielo.

Sapete qui è primavera n’faccia a sole, e “ci vuole tanto, troppo coraggio, a morire di “marzo” , con i mandorli in fiore. Un signore in piazza racconta di un ricordo, ed accorda il filo dei vivi e suona la musica vivente.

Ci sono tanti che vivono non sentendo, altri che sentono così la vita da morire di vita, vicino al cielo a due passi dal blu.