Peppone, Don Camillo e la maestra

L’estate è tempo lento, tempo in cui sulla politica si “seccano” le passioni e si fanno “riflessioni”. Ammetto la prenderò alla larga, ma la cosa non è larga, è di fondo. Oggi la politica è distanza e mai incontro, è demonizzare l’avversario, non controbattere le proposte. In consiglio comunale a Latina la maggioranza, da due anni, è un forte accerchiato, da 7/8 virgulti oppositori. Non ho mai visto mischiarsi nessuno, nessuno contaminarsi ed è la tristezza più grande.

La spiego con Giovannino Guareschi, quello di Don Camillo e Peppone. La storia è di Brescello, ma ogni Brescello è un poco Latina. Don Camillo è prete, clericale e democristiano, che vuol dire poco italiano visto che il suo paradiso non sta in quersto posto e il suo capo è capo del mondo. Peppone ha la patria lontana, come è lontana la Russia e quel sogno di contare per il lavoro che sai dare e vivere per i bisogni della vita. Inconciliabili, distante anni luce, “nemici”. Ma? Ma le storie hanno sempre un ma, perchè i due erano di patria dell’aldilà o di patria a Mosca, ma vivevano tutti e due a Brescello. Ma li chiama la maestra del paese, donna colta che aveva insegnato a tutti, dai contadini ai signori a far di conto e a leggere. Lei era quello che nelle guerre a due, tipo virtù contro vizio, corrotti contro onesti e stupidaggini simili (perché nessuno è una cosa sola e basta) non dovrebbe esserci e invece è.

Li chiama: il prete, non perchè creda alle sue idiozie terrene, ma per fede nel trapasso di un Dio che è misericordia e non si occupa mai di uomini ma tanto di anime, il sindaco perchè ha insegnato a tutta la città e a lui per primo.

“Peppone, promettimi che…”

Peppone è sindaco e nulla può promettere da sindaco, ma lui, quell’omone grosso e burbero, davanti alla maestra è il bimbo che era, che non sa far di conto.

La maestra lo conosce e legge l’orgoglio dell’uomo ma parla al bimbo. “Peppone sei sempre stato somaro, te ne ho date tante ma tu devi fare esercizio, tante aste”.

Peppone annuisce, come faceva da bimbo, è bimbo.

“Mi devi promettere che sarò sepolta con la mia bandiera e la mia musica”.

Nooooo, non può essere Peppone è comunista, Peppone è sindaco repubblicano, Peppone è il capo della sua gente…

La maestra fa uno sguardo cattivo, cattivo tanto. Peppone come sindaco, come comunista, come capo della sua gente dice “no”. Poi, poi qui da queste parti nelle tante Brescello che siamo, le cose hanno la storia dell’umano, hanno l’amore che ogni bimbo ha per la sua fata Turchina, anche se la farà penare. E il bimbo dice “sì”, accennato, ma così vero che la maestra sorride e spira. Il prete, cornacchia nera, di astuti che pensando al paradiso domani si erano preso tutto in questa terra e gli uomini della maestra, quei massoni e anticlericali di liberali, quasi tutto gli hanno tolto fino a mettere il loro Re nella casa del capo dei preti al Quirinale, da prete fa la faccia dura, ma al sì si solleva.

In Consiglio comunale, rigido di inamidati (ogni riferimento a quello di Latina è voluto), il sindaco Peppone spiega la richiesta della maestra, parlano i comunisti che dicono “no e poi no”, i democristiani dicono “mai e poi mai”, anche gli altri non sono da meno.

Il prete aspetta la figuraccia di Peppone, la sua impossibilità di essere giuro alla maestra. Peppene si alza: “Ho sentito i pareri di questo consiglio, la maggioranza è contraria, la minoranza anche. La democrazia non permette…”

Si ferma, sta ancora in piedi, tutti applaudono: il “non possumus”, piaceva ai clericali e agli anticlericali.

Ma Peppone non ha finito, quell’omone grosso e greve, è “omone” e conosce bene la ragione per cui si è fatto grande. Sta in piedi e con voce ferma aggiunge: “ma, ma qui comandano i comunisti e come comunisti diciamo che ciascuno ha diritto ad essere sepolto con la sua bandiera”.

Tutti, dico tutti i consiglieri, tutti dico tutti che sapevano leggere e scrivere per la maestra applaudono di libertà, applaudono di coscienza.

La scena successiva è il prete che fa strada a sei uomini, il primo con la fascia è Peppone che piange, e dietro la banda suona la marcia del Re.

Cose che capitano dove batte forte il sole, cose che raccontano che la vita non è bianco o nere.

Se fossi Coletta a settembre mi siederei tra Calvi, Calandrini e Forte e parlerei di Brescello, dei bimbi, della vita.

Leggere è bello per questo trovi le risposte. Ma non accadrà, infatti questa non è una città.

In una città devi saper piangere per l’amore di una storia comune anche se suona la marcia reale.