Luca Manfredi
Luca Manfredi al Festival della commedia italiana

Scrollarsi di dosso l’eredità di uno dei maggiori attori del cinema è quasi impossibile.

Altrettanto nostalgico è il ricordo di un’infanzia sviluppatasi tra “pane e pellicola”, dove gli insegnamenti appresi diventano un marchio di gratitudine.

E’ quanto accaduto per il figlio di Nino Manfredi, Luca, chiamato a ripercorre la carriera del padre al Festival della commedia italiana, in programma a Formia dal 30 giugno al 7 luglio.

Regista e sceneggiatore, Luca Manfredi viene lanciato grazie ad una serie di spot pubblicitari, fra i quali quello sulla Lavazza.

Da lì crea e dirige “Un commissario a Roma”, “Meglio tardi che mai”, “Un posto tranquillo”, “Le ragioni del cuore”, “Questo amore”, “Matilde”, “Scusate il disturbo”, “Tutti i padri di Maria”, “L’ultimo papa re”, le tre stagioni di “Una pallottola nel cuore”, “La classe non è acqua” e alcuni episodi di “Sotto il cielo dell’Africa” e “Don Matteo”.

Che legame aveva papà con Formia?

Il responsabile di tutto questo è stato Alberto Sordi, il quale prese una casa a Formia e convinse mio padre a comprarne anche lui una in zona. Optò per l’area di Monte D’Oro a Scauri, nei pressi della Spiaggia dei Sassolini. Con mia madre venivo spesso d’estate a fare shopping nel centro commerciale Orlandi e a mangiare granite nel bar storico di Formia. Un legame, insomma, con il territorio del sud pontino fino a quando negli anni ’80 arrivarono i camorristi. Decisi allora di acquistare un appartamento a Ponza. Ritornare qui, dopo 35 anni, è una forte emozione.

La Spiaggia dei Sassolini è stata location di Gomorra. Ha mai pensato di girare lì qualche film?

No, ma non si esclude la possibilità.

Cosa sognava di diventare da bambino?

Sono cresciuto sul set. Mi piaceva moltissimo, da piccolo, assistere alla nascita dei lungometraggi e ciò mi è entrato subito nel sangue. Con papà abbiamo preparato diverse cose insieme e ci siamo confrontati su progetti televisivi e cinematografici.

Gli ostacoli principali nell’omaggiare Manfredi con “In arte Nino”?

Grazie alla bravura di Elio Germano, ho voluto raccontare la sua formazione artistica. Sopravvissuto all’esperienza in senatorio dove ha combattuto la tubercolosi, fece amicizia con dei ragazzi che frequentavano l’Accademia ‘Silvio D’Amico’. Lo spinsero a buttarsi come attore. Non fu un capriccio, ma una casualità, un riscatto alla malattia. E’ stata l’occasione che ha permesso di mettere in risalto le qualità di papà.

Quali sono le caratteristiche che una commedia deve avere per suscitare una risata sana e liberatoria?

Della commedia neorealistica, capace di stemperare la cupezza e la drammaticità attraverso l’ironia, rimane ben poco. All’epoca ci fu un unione tra notevoli autori e interpreti. Una stagione felice e fortunata che non si ripeterà più. Non si tratta di una visione pessimistica. Forse scarseggiano le tematiche di una volta e un pubblico che sappia apprezzarle.