di Francesco Miscioscia – Nel mondo della burocrazia paralizzante, che assilla il nostro Paese, poche parole in un volume di regole di oltre mille pagine, possono essere determinanti. E’ il caso della modifica alla legge sul sistema pensionistico che ha messo in luce l’Inps, come riporta il Corriere della Sera.
Poche righe che danno la possibilità ai titolari delle cosiddette pensioni d’oro di incrementare ancora di più il loro compenso a spese dello Stato che rischia, in caso di mancato intervento risolutivo, un buco ulteriore di 493 milioni di euro.
La legge Fornero, la 214 del 2011, stabilisce che dal primo gennaio 2012 i nuovi contributi dei dipendenti la cui pensione era stata costruita sulla base del vecchio sistema retributivo, avendo, al momento della riforma Dini del ’95, più di 18 anni di anzianità, dovevano esser calcolati con il sistema contributivo. Nel testo suggerito dall’Istituto di previdenza compariva però una dicitura che è poi scomparsa dal testo definitivo della legge: “il complessivo importo della pensione alla liquidazione non può risultare comunque superiore a quello derivante dall’applicazione delle regole di calcolo vigenti prima dell’entrata in vigore del presente comma”.
In sostanza, coloro che potevano andare in pensione con un vitalizio elevato potevano continuare a lavorare per incrementare il proprio compenso ma non potevano sforare il tetto massimo dell’80% dell’ultimo stipendio.
Sparendo però quelle righe, se ne è andato anche il margine di salvaguardia, permettendo in pratica alle super pensioni di diventare ancora più “super”, potendo arrivare fino al 110% ed oltre dell’ultima busta paga.
Si tratta comunque di uno stratagemma, bifido, di chi ha avuto tra le mani il testo della legge di avvantaggiare la cosiddetta Casta a discapito della classe media. Un aggiustamento architettato ad hoc che può inasprire ulteriormente le già povere casse dello Stato a svantaggio, naturalmente, di chi ha più difficoltà.
Da Marketicando





