domenica 29 Gennaio 2023

L’iPhone e i racconti dell’anima.

di Vittorio Gaveglia

Oggi tutti abbiamo una compatta o una reflex digitale e non tutti sanno a cosa servono quei pulsanti e rotelle che abbiamo a disposizione. Quando c’è stato il passaggio dall’analogico al digitale i puristi ne hanno dette di cotte e di crude sull’ultimo ritrovato della tecnologia, quando poi è arrivato l’iPhone e in particolare l’applicazione Instagram le reazione sono diventate estreme. Ora, l’arte di scattare foto con l’iPhone, di condividerle immediatamente, di commentarle all’istante, fa parte della nostra quotidianità, del nostro modo di vedere le cose, del nostro modo di rapportarci. Non importa sapere cos’è il diaframma, l’esposizione, la regola dei terzi, con l’iPhone si entra direttamente nel privato delle persone, nel loro spazio, in quel luogo così inaccessibile ad altri mezzi, a “rubare” espressioni, stati d’animo, pensieri. Parlavo prima di arte, perché personalmente tale considero una forma di espressione che suscita emozioni in chi la fruisce. Se Cartier-Bresson avesse scattato con un iPhone, forse le sue foto avrebbero perso d’impatto?

Non parlo della qualità dell’immagine, non si può paragonare una foto fatta con l’ultima reflex con quella fatta con uno smartphone, ma non è la qualità che ci prende l’anima. Nelle foto di Paolo Pellegrin, per esempio, nei suoi mossi, spesso vediamo un tutto sgranato, un non definito… ma quelle foto sono dei pugni nello stomaco che fanno molto male.

Noi fotografiamo perché abbiamo la possibilità di esprimerci e con questo mezzo possiamo allontanarci dal significato intrinseco delle cose per cercare di dare un significato più concettuale all’immagine che andremo a creare. Non abbiamo nulla da regolare, possiamo catturare l’attimo, bloccare in un’istantanea quello che stiamo pensando, prendere un appunto, fare una denuncia, raccontare il nostro stato d’animo in quella giornata, come un diario. E poi, andare a rileggere il tutto, o far leggere, come un racconto, ripercorrendo e condividendo (se si vuole) il nostro umore nel tempo.

La bellezza di fotografare così, senza poter impostare nulla, spinge a concentrarci sul nostro punto di vista, creando immagini uniche, di impatto, dal forte valore emotivo e pregne della nostra essenza.

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