Erinni, il saluto al pubblico

Tutto intorno ad una boccetta di veleno. Il veleno è quiete della disperazione dell’amore, è salvezza per l’uomo che muore, è vendetta. “Le nere Erinni colpiscono, col tempo, chi è stato ingiustamente fortunato”. Il tempo è un cambio di tovaglie, al mondo si va per recinzioni di ferro, come ad un lager, come ad un pollaio, come muri che separano.

Ci sono mille forme di amore, puoi avere due uomini, mezza donna, puoi… amare come vuoi ma mai sarai mostro nella banalità del possedere.

Ho avuto brividi, poi gelo, poi pietà. La Storia gira intorno a saltimbocca alla romana dalle mani di Anna che dell’amore ha troppo amore: buono Piero di quella bontà generosa che fa osti gli ebrei di Roma; ingenuo è il violinista come un fidanzatino di Raymond Peynet. Lei è la farfalla gentile, la sorpresa irriverente, la vittima destinata dalla storia, nella Storia. Perderà l’amore seppure moltiplicato per due, perderà la dignità seppur dignitosissima, perderà la felicità seppur di quella capacissima.

Il male? E’ così banale, cosi mediocre, così dentro le mediocrazie che non hanno tempo. Il male è possesso confuso con amore, arroganza confusa con autorità, meschinità confusa con buon senso. Quanto dell’intorno c’è qui dentro.

Il testo è di Giancarlo Loffarelli, funziona con quella boccetta che Piero doglie dalla bocca di Alber. L’ebreo salva la vita al suo carnefice che sarà, ma non salva la sua vita dal destino. Albert, (un Marco Zaccarelli con momenti efficaci, qualche eccesso per caratterizzare) è banale anche come cattivo: non uccide Giacomo il violinista (sulla scena Emiliano Campoli perfetto nell’innamorato, con qualche timore fuori da quell’amore); non manda allo sterminio Piero (vestito da Giancarlo Loffarelli che lo fa umanissimo nella difficoltà del romanesco ebraico romano). Ma? Ma violenta Anna (Marina Eianti che riempie la scena, che attira l’attenzione e raggiunge una pulizia incredibile quando canta Amapola con la voce del dolore dentro la tragedia greca), la possiede in quel modo di non capire l’amore che hanno i mediocri, che ogni mediocrità esclude. Il cattivo uccide Piero e Giacomo con le sue mani quando “prende” Anna, con la codardia dei poveri di spirito, della mediocrità del male quel Adolf Eichmann così “normale” nella “fotografia” di Hannah Arendt.

E… e qui la chiave teatrale, e qui la fortuna che le Erinni riposizionano nel corso del giusto e non dell’ingiustizia: quel veleno che Piero evità ad Albert diventa…

Anna: “ma gli faranno l’autopsia?”

Sara (una Luigina Ricci che apre e chiude il racconto): “A 91 anni…”

E dalla tasca delle vestaglia al tavolo con le tovaglie del tempo, la boccetta.

Ho avuto brividi di freddo, il pubblico applaude, la banalità del male ha, come contraltare, la grandezza di chi ha saputo amare.

Erinni, di Giancarlo Loffarelli. Compagnia Le Colonne, teatro Costa Sezze