Non sono certo gli indiani metropolitani del anni ’70, non sono neanche i liceali ancora in giacca del ’68.

Sono, giustamente, un’altra generazione, quella che deve fare i conti con i limiti più che con le possibilità.

Comunque alle 18, piazza del popolo a latina come in tante altre città del mondo si è riempita di ragazzi che pensavano in verde, che pensavano la salvezza di un Paese che rischia la condanna al grigio.

Sono colorati e forse, per la prima volta, mettono in campo l’utopia di fare del limite un nuovo modello di sviluppo.

Quelli del ’68 chiedevano la libertà della felicità.

Quelli dei Campus americani la Mercedes Benz e la Tv a colori.

Questi chiedono più alberi, più aria, acqua pulita e tecnologie che non invadono e sottraggono ma aggiungono.

Per una volta Latina, città di giovani che non sa di esserlo, ha visto quello che è: una comunità dove ci sono ragazzi intelligenti che rivendicano anche la normalità dell’ingenuità, il rischio della retorica e la bellezza di essere ragazzi.

Un pomeriggio in cui, sotto un cielo azzurrissimo, i giovani si sono ripresi quello che è loro, Latina, ed hanno per una volta mandato i vecchi al loro posto, a guardare i cantieri che non ci sono.