sorriso

Una risata vi seppellirà. È lo slogan del ’68. L’utopia dei ragazzi che volevano cambiare il mondo. Quando Qui, Quo e Qua, cioè Nino Leotta, Salvatore Antoci e Olivier Tassi hanno presentato la mozione del sorriso, ho pensato “Finalmente ‘na botta de vita in ‘sto mortorio. Finalmente ‘no straccio d’idea originale, qualcosa che rende questo obitorio vivo”.

Una risata sul volto dei dipendenti comunali che poi come dono non richiesto diventa sorriso ai cittadini sarebbe stata non bella, bellissima.

Invece ha prodotto mediocri risultati e siamo tornati all’obitorio in cui siamo destinati. 

Il luogo più allegro di Latina è il cimitero comunale e almeno lì in foto i defunti sorridono. Qui non ride nessuno, non ride la maggioranza ma manco l’opposizione. Ridere è vietato. Del sorriso hanno paura, fa terrore.

Io ho visto sindaci camminare all’interno del carnevale senza ridere. Io ho visto consiglieri comunali andare in bicicletta senza far prendere mai aria ai denti. Io ho visto parlare seriamente di aeroporti civili impossibili. Ho visto feste dove anche i jazzisti che suonano ai funerali avrebbero pianto di tristezza.

I tre consiglieri hanno avuto un sussulto, come un segno che gli partiva da dentro, come una visione. Hanno immaginato l’inimmaginabile, una bella risata. Ma poi sono tornati sui loro passi e loro stessi non si sono votati, creando il primo caso al mondo di una città in cui per delibera comunale siamo votati alla tristezza.

Il nostro smile avrà sempre la bocca curva verso il basso. Benvenuti nella città che non sa ridere e quindi non sa immaginare neppure il proprio vivere. Qui chi governa pensa al potere e ai casi propri ed è sempre Quaresima e non essendoci il carnevale non è ipotizzabile neppure la Pasqua. Qui c’è un unico partito, il partito unico della compagnia della buona morte. Pure quella fatta con mestizia. 

Post Scriptum: a Latina in Comune non si dicono neanche buongiorno e buonasera, sono tutti campioni di un vecchio gioco che facevano nei miei amati Monti Lepini: il “mucco tosto”, il gioco in cui perdeva il primo che rideva guardando in viso il suo prossimo. Se questa fosse disciplina olimpica non ci sarebbe storia. La vittoria ci sarebbe stata assegnata di diritto.

E fatevela una risata. E buonasera a lor signori.