Home Editoriali Latina, e il Natale non è delle città. La retorica triste

Latina, e il Natale non è delle città. La retorica triste

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Dicono che a ridosso del Natale, faccia Natale anche la mia città, ma la città non è salvezza scesa sulla terra, e non è neanche la capanna dove avvennero certi fatti. Una città è una comunità che segue il filo della sua gente nei luoghi. Una città è come una università dove viventi vivono imparando dall’esperienza, dove si tramandano sapienza. Ecco, una comunità che non ha Natale, non ha venerdì santo, e neanche Pasqua ma ha la continuità degli uomini.

Roma è i suoi Re, è Bruto che salva la libertà da Cesare, sono i cesaristi che odiano Bruto, è un Papa errante nel mondo e dove è lui, è Roma. Perché è lo spirito di una città che conta, è la sua anima, non i suoi muri, non i palazzi muti e vuoti, ma il vociare del mercato. Le navi che partono da Venezia all’oriente sono Venezia che non è incerta sull’acqua ma “serenissima” su ogni mare. La città è l’amore di Parigi per la libertà universale, è spirito verso il cielo della Torre di ferro, è il metro che fa giustizia dello spazio e non abuso del re di turno col suo piede. Firenze sono quei conti che quadrano sempre, non si vince in arme ma nel ritorno del dovuto, se prestato. Firenze è nella comprensione degli umani lupi, per far umani governi ordinati.

Latina? Festeggia muri, fondatori come fossero salvatori, ma non salva nulla della sua umana gente, Latina non è nata, non ha salvato, Latina sta sfidando le paure, si è fatta città quando ha dato speranze, è morta quando l’hanno fatta retorica di niente. Il simbolo di Latina? Ogni sfida nuova, dalla macchina che mangia l’acqua, alla forza dall’infintamente piccolo che è gioco rischioso dei bimbi col creato. Latina è sfida al nuovo, non è mai banale, mai retorica, non ha candeline, per 84 anni, ma 120 mila speranze da coltivare. Non fa Natale, ma vive il non compleanno che è il lavoro di ogni giorno di farsi.

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