In questi giorni in cui le regole stringenti attuate dal Governo per contenere il contagio da Coronavirus riducono le nostre attività lavorative ed imprenditoriali dal cassetto è riemerso un racconto che ho scritto nel 2016.

La storia di una donna, infermiera per scelta, altruista per carattere, che mai come oggi torna di grande attualità.

Una storia che credo vada rispolverata per dire grazie a chi ogni giorno tra mille sacrifici sta garantendo a tutti noi assistenza e amore nei momenti in cui la paura, troppo spesso, prende il sopravvento.

Una storia di fiducia, di positività, nonostante tutto.

“Anche oggi mi son svegliata presto. Allo stesso orario in cui incominciano ad arrivare i camioncini carichi di frutta e verdura fresca dei mercatanti che si ritrovano ogni giorno nel piccolo spiazzale situato sotto il balcone della mia camera da letto e che funge da mercato rionale per buona parte della periferia in cui vivo.

La periferia di una cittadina del sud. Una cittadina né piccola né grande. La dimensione giusta per chi, come me, è una donna che ha scelto di vivere da sola e in una certa tranquillità.

Non sono nata qui ma in una cittadina ancora più piccola e ancora più a sud.

Qui ci sono arrivata circa vent’anni fa, accompagnata da mio padre, due grosse valige trasportate dai miei due fratelli e il mio diploma da infermiera professionale ben sistemato nel mio zaino.

Avevo ventisei anni ma ero ancora per tutti la piccola della famiglia. La piccola coraggiosa che aveva scelto quel determinato corso di studi perché aveva da sempre una precisa propensione ad assistere gli altri nelle emergenze. La piccola che aveva perso la madre molto presto per un cosiddetto “brutto male” e che non aveva mai esitato nel medicare sbucciature alle ginocchia dei fratelli accaniti calciatori, tagli alle dita dello zio artigiano del legno, graffi selvaggi della gatta di casa.

Insomma già da bimba la vista del sangue non mi impressionava, mentre mi esaltava irresistibilmente l’idea di poter essere io la prima a poter lenire e curare le ferite degli altri.

Ed ho lottato anche contro la volontà di mio padre che, da buon avvocato, avrebbe preferito io mi fossi laureata in giurisprudenza.

La vita da infermiera non è certo una cosa facile, bisogna ammetterlo.

In questa cittadina sono arrivata come vincitrice del concorso che metteva a disposizione tre posti da infermiera nel Pronto Soccorso dell’unico grande ospedale che copre un bacino di utenza piuttosto vasto, proveniente dai vari paesini sparsi nel territorio limitrofo.

E in un posto così ne vedi e ne devi fare davvero di tutti i colori, anche con pochi e non sempre molto aggiornati strumenti.

Ho sempre amato il mio lavoro in questi venti lunghi anni di incessante ed anche stremante attività.

Anche quando le notti si congiungevano ai giorni senza una vera sosta ed un intervallo che mi desse davvero il tempo di riprendermi da tutta quella fatica e lo stress di assistere a tutta quella sofferenza della gente che dovevo necessariamente aiutare.

Senza distinzioni, mai.

Bambini e vecchi, uomini e donne, poveri e ricchi, belli e brutti.

Io, come meglio potevo, li ho curati tutti.

E i miei pazienti sono diventati i figli che non ho avuto.

Forse anche per questo non mi sono mai sposata. Mi bastavano loro.

Come avrei mai potuto dedicarmi anche a qualcun altro che mi aspettava a casa, dopo quei lunghi turni dove ci perdevo, con tutto il cuore, anima e sudore?

Dopo i primi tre frenetici anni di servizio al Pronto Soccorso sono stata trasferita al reparto di medicina d’urgenza.

Il reparto di chi è appena uscito dal girone del Purgatorio ma è sempre a rischio di rimetterci piede da un momento all’altro.

E’attiguo al reparto di Rianimazione, il girone dell’Inferno.

Lì è stata davvero molto dura. I turni ancora più massacranti che al Pronto soccorso, se è possibile. Ed io ancora molto giovane.

Anche oggi che, come dicevo, continuo a svegliarmi all’alba, all’ora dei mercatanti di frutta e verdura, anche se non c’è più nessun grande ospedale in attesa della mia solerte presenza.

Già, perché dopo il reparto di Medicina D’Urgenza venni trasferita al reparto di Medicina Generale e infine, con mia estrema gioia, a Pediatria.

Forse il dono definitivo di mia madre. Tutti quei piccoli da curare e coccolare.

Madre anche io a mia volta, in un reale equilibrio di ruoli e di età.

Tutto tornava perfettamente. La mia sincera vocazione veniva premiata completamente.

Tanto amore da dare e ricevere.

Mi alzo sempre molto presto. In quell’ora dell’alba che mi è tanto cara e che languidamente segna l’inizio delle giornate di lavoro di tanti (mercatanti compresi).

Nella cittadina che amo. Proprio come la mia professione, la mia missione.