I bimbi saharawi con Carmela Cassetta

Mettiamola così, da ragazzo amavo l’Africa nel suo sogno di libertà, nell’idea che potessero urlare che non erano un Europa sbagliata, un serbatoio d’anime per il sogno americano. Erano per se stessi, gli africani, e tra quelle storie mi innamorai della storia del Polisario  (abbreviazione spagnola di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro in italiano: Fronte di Liberazione Popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro), l’organizzazione di lotta dei berberi del Sahara occidentale spagnolo, davanti ad una Spagna decadente ma sempre prepotente con il suo Franco immarcescibile, la sua cattolicità ostentata. Franco finì, finì la Spagna coloniale ma nel Sahara spagnolo arrivarono i marocchini (quelli della Mauritania non avevano i mezzi manco per fare i prepotenti), e la libertà non c’è ancora. Una storia di amori politici giovanili che rimuovi e invece mi è venuta a trovare di nuovo attraverso una consigliere comunale del Pd di Santi Cosma e Damiano, Carmela Cassetta, che tra tante chiacchiere di solidarietà, di prima gli italiani, di aiutateli a casa loro, ha semplicemente fatto quello che si sentiva: ha cominciato ad aiutare i bimbi saharawi, mandando cose, organizzando viaggi, ospitandoli e andando lì a vedere. Li ha aiutati nell’alimentarsi, nello studiare, insomma nel vivere. E lo fa da anni, per loro, forse per lei, ma sicuramente perché è umana. Racconto la sua storia, perché questa conosco, ma è una tra mille e mille, perché non è sola è la foresta che cresce in silenzio nel rumore assordante dell’albero che cade. La racconto perché sta rinascendo nella società dell’indifferenza verbosa, nella mediocrità della prassi, una società che osa, che ci prova che salta la domanda del “ma che faccio”, nella azione di fare. Una comunità della passione che porta in piazza i ragazzi per difendere l’ambiente, fa osare Daniele Nardi nell’impossibile, spinge in Africa Virginia Chimenti. Storie che non raccontiamo se non per il clamore, ed invece sono foresta che cresce. Se la politica non si è accorta di questo, se non  lo vede, è inutile. Si può fare tutto quando si ha passione. Dopo qualche lustro di “valorizzazione” della mediocrità, di classi dirigenti scelte per numero e non per genio, le cose mutano. Questa filiera di “passione” dovrebbe essere l’oggetto dell’analisi politica e non la ripetizione del già detto. Energie nuove per tempi nuovi e non “recuperi” di vecchi e vendette di vecchie sconfitte.

Perché ragazzi scendono in piazza, a Latina, per il pianeta e non per “città future”? E perché non vanno agli incontri dei partiti? Perché si fanno volontari e non si entusiasmo per volontà nella loro polis? Per fare politica necessità analisi politica dentro passioni politiche, dentro letterature politiche. Senza Ignazio Silone non capisci l’emancipazione degli ultimi degli ultimi e non staresti con i saharawi, senza Giovanni Verga, senza Rosso Malpelo come li capisci quei bimbi dagli occhi vivissimi, occhi di luna lì dove c’è troppo sole.

Vi ho raccontato questa, lo dico, bella storia per significare che ci può essere una bella politica, una politica della generosità contro la paura della paura. Questa “generosità” sta dentro la nostra società come foresta che cresce ed ha bisogno di voce. Dentro la tragedia di Daniele Nardi, di Virginia Chimenti c’è la passione dei giovani della piazza per l’ambiente, l’amore per i bimbi saharawi di una ragazza di Santi Cosma e Damiano. C’è il domani che non vogliamo vedere per mantenere vivo un passato che è già morto.