La cerimonia di intitolazione della palestra del liceo Pacifici De Magistris

Che sole stamane, la primavera è giovane di due giorni e il sole pare avere la stessa età. Salgo una strada che per me è “ritorno”, la faccio lenta, va fatto piano quel passo. Mi attende una storia, una memoria giovane, un dolore bambino. Vado alla cerimonia di intitolazione della palestra del Liceo Pacifici De Magistris di Sezze a Daniele Nardi. Una scelta della Preside, Anna Giorgi, così “forte” che quando agisce ti toglie il fiato, sono così forti sono le donne di qui, così forti da essere il filo di tutto. C’è già gente, tanta, c’è vita qui, tanta. Il sole continua a fare il suo dall’alto e i cieli in questi posti sono puliti, sembrano lavati, paiono essersi vestiti di nuovo per stare ospiti alla “festa”, al ricordo. Inizia la cerimonia, la targa è all’ingresso coperta dalla bandiera della pace, la gente fa arco davanti quella porta. La moglie di Nardi, Daniela e il figlio Mattia si avvicinano. Il bimbo, dio mio che occhi che ha, prende la bandiera, come sapesse e insieme alla mamma la tira giù. Sulla targa il nome del papà, Daniele Nardi, due moschettoni e sotto il nome la scritta “esploratore”. Esploratore che poi è l’essenza di questa vita “esploriamo” l’aria con un gran grido al nascere, esploriamo l’altro nel seno di madre al vivere. “Esploriamo” il mondo toccandolo con la pelle ancora ingenua. Solo che Daniele non si è mai fermato, di vita, in vita, per mille vite.

Il sacerdote benedice e dice cose che qui sono normali, ma di questa sono l’ eccezione: “prima che religioso il mio pensiero oggi è umano”. Già, questa non è storia di eroe da olimpo, di superuomini alla Marvel, ma di umanità. Cosi umana che anche il comandante dei carabinieri Pietro Di Miccoli di emoziona ” Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri”, la voce è rotta, nel rigore di quella divisa nera. Lui può capire cosa vuol dire dedizione, volontà, e si vede dalla emozione non di rito. Sugli spalti i ragazzi dei settori giovanili delle squadre di Sezze, con gli occhi da “esploratori”.

La cerimonia si apre con la lettura di Giancarlo Loffarelli della lettera di Daniele al figlio Mattia, una lettera vivente.

Musiche di Bach della Organia musicum ensable (al secolo Lucia Pietrantoni, soprano; Orlando D’Achille, oboe; Enrico Angelini, pianoforte).

“Un ragazzo, intelligente, ma non per attenzione allo studio, per curiosità, un mio allievo”, Anna Giorgi comincia questo dipinto collettivo di Daniele. Pare lo sforzo che facevano i Comuni italiani nel Rinascimento per fare le cattedrali al futuro, con i racconti dipinti delle virtù umane. Un affresco di natività che vedo davanti a me: Daniela la moglie di Daniele che segue, si commuove, si chiude nei suoi ricordi, poi si apre nei ricordi di fuori, poi sente il dolore, poi la madre Concetta sta col nipotino, chissà le mani che sentono anche un altro bambino. Qui, su queste “colline di piano” i bimbi sono “mammocci, cose della mamma” sempre per sempre e lei pare… Il padre Agostino sta silente nel suo sentire, prende il nipotino e le mani di forza di uomo si fanno tenere di nonno che solo chi è stato da nonno accolto può capire. Non è tenero il cuore del narratore, come non lo è quello del carabiniere, ma anche ai cinici è dato il dono del pianto.

Parla il presidente della provincia, Carlo Medici, poi il sindaco di Sezze, Sergio Di Raimo che non è annoverato certo tra i duri di cuore e spezza le parole come se la comunità che rappresenta avesse bisogno di un pianto di mancanza. Anche i “paesi” piangono, anche i paesi ricordano e sulla pietà nasce la civiltà. E qui, in questa terra anche mia, ogni pietra è civile, ogni passo è stato scoperta e quello di Daniele è il passo più alto.

Interviene Vittorio Misiti, ha una grande storia, ma è qui per dire di “una” delle vite di Daniele, quella di amico. E spiega il senso dell'”esploratore” scritto sulla targa, della “prudenza” di Daniele, della rinuncia a 200 metri da un 8000 per “tutelarsi” e riprovare. Quel parlare di Daniele in salita e ascoltare in discesa.

Jo Mancini fa rimbalzare la palla da basket nella palestra di basket di Daniele, col suo accento americano in occhi setini, affardella ricordi, di ricordi così vicini che la gente li tocca con mano. Eccolo Daniele, lo vedete sotto canestro, ora si arrabbia perché abbiamo perso. E il cartellone elettronico segna implacabile, e lui “basta un allenamento in più”.

Chissà perché i ricordi vanno in alto, boh non l’ho mai capito, ma vi giuro che è vero. Pasquale Pirodda dei Veterani dello sport racconta il suo di Nardi, quello del raccontare la sfida.

Tocca a Luigi, il fratello, il sole entra passando per il cielo pulito dalle finestre alle spalle dei spalti e pare voler ascoltare, come se potesse, ma sapete che qui parliamo di “impossibile”. Parla con ferma emozione, con orgoglio che soffre, e guarda Mattia che non sta fermo mai. Ringrazia, sente la gente vicina, ma manca qualcosa e lui cerca di dire quella cosa.

Si chiude una “esplorazione” in anime a cui manca un’anima che sta esplorando il cielo, quello del sole, quello che oggi è così pulito. Come è pulito il cielo qui quando la primavera ha due giorni.