sabato 1 Ottobre 2022

La Nona Elegia

Nell’arco di circa dieci anni, fra il 1912 e il 1922, Rainer Maria Rilke, uno dei massimi poeti di lingua tedesca, scrisse dieci Elegie, la maggior parte delle quali composte a Duino, in provincia di Trieste, e per questo conosciute come Elegie duinesi. L’epoca costituisce uno dei massimi vertici artistici del Ventesimo secolo e fu, dunque, scritta prima, durante e dopo l’immane tragedia della Grande guerra (di cui proprio in questo mese di novembre ricorre il centenario della conclusione).

La Nona di queste Elegie contiene dei versi che, personalmente, considero sublimi per quanto in essi il Poeta riesce a dire nella disarmante semplicità e povertà delle parole che egli è riuscito a centellinare:

“[…] Una volta
tutto, soltanto una volta. Una volta e mai più. E anche noi
una volta. Mai più di nuovo. […]”

È contenuta in queste poche parole, e più diffusamente in tutta l’Elegia, la profonda presa di coscienza di uno degli aspetti della finitudine umana: la consapevolezza che tutto, e noi stessi in questo tutto, accadiamo soltanto una volta. Non ci è dato poter ripetere, identico a se stesso, alcun istante della nostra vita. Presa di coscienza, questa, che può generare sconforto oppure produrre una straordinaria tensione a gustare fino in fondo ogni singolo istante della nostra vita proprio perché irripetibile.

Ho pensato ai versi di questa Elegia quando Lidano Grassucci, direttore di LatinaQuotidiano.it, mi ha proposto di tenere una rubrica su questa testata dedicata a quelli che sono stati e sono i campi d’interesse della mia attenzione e attività culturale: il teatro e il cinema, senza disdegnare qualche incursione in altre forme di arte.

Ho pensato a questi versi perché ritengo che la vocazione più profonda dell’arte, in special modo delle forme d’arte cosiddette “dal vivo”, proprio per il loro statuto più proprio, quello di consumarsi nell’atto stesso di prodursi, senza lasciare alcunché di sé, come il teatro, la danza, l’esecuzione musicale, l’opera lirica, sia proprio quella di aiutarci a penetrare nelle fibre più profonde degli istanti che ci si danno nella loro irrevocabile unicità.

Ciò che tenterò di fare, nelle poche righe che questo spazio mi concederà, è un’operazione scientemente fallimentare. Tenterò di fermare, o almeno di protrarre per qualche istante, l’emozione, bella o brutta, che un film, uno spettacolo teatrale, una qualche forma d’arte avranno prodotto, sapendo in partenza che quell’emozione sarà già passata e su di essa si potrà, tutt’al più, riflettere, cioè ripiegarsi volgendosi indietro a guardarla mentre non ci sarà più.

Servirà a qualcosa? Non lo so.

Forse servirà a fermarsi qualche momento per evitare che quegli istanti sfuggano completamente, compressi dal ritmo di una quotidianità sempre più serrata.

Comunque, ci avremo provato.

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