Euforia di Valeria Golino

Euforia di Valeria Golino è un film dalle molteplici potenzialità espressive, dalle tante, belle intuizioni iconografiche e narrative ma, alla fine, deludente.

L’elemento più evidentemente negativo, benché meno determinante dal punto di vista cinematografico, è la lunghezza. Il ritmo del film è giustamente lento ma questa lentezza, fino alla metà, è un pregio, ben gestita dalle autrici (il film è scritto, insieme alla Golino, da Francesca Marciano e Valia Santella). Poi, alcune sequenze che non aggiungevano alcunché al racconto (per esempio quella del mancato rapporto con il palestrato-tatuato) e un prolungato rallentamento delle parti descrittive aggiungevano al film una ventina di minuti che potevano essere evitati.

Il problema maggiore, però, a mio avviso, non è questo. I difetti maggiori del film sono in fase di sceneggiatura. La storia è davvero interessante. Non nuovissima, ma interessante. Due fratelli molto diversi fra loro hanno modo di tornare a frequentarsi perché al maggiore, Ettore, viene diagnosticato un tumore al cervello per il quale non si prevede possibilità di guarigione. Ettore (un sempre grande Valerio Mastrandea) è un insegnante di scienze nella scuola del loro paese d’origine in provincia di Roma, un uomo “normale”, con un figlio al quale probabilmente si dedica poco, con una moglie (la brava Isabella Ferrari) dalla quale si è separato a seguito di un passionale innamoramento per una ragazza molto più giovane (una Jasmine Trinca con poca possibilità di espressione). Suo fratello Matteo (Riccardo Scamarcio, molto convincente) è un imprenditore di successo, apertamente omosessuale, trasferitosi a Roma dove vive, in una bellissima casa, una vita di trasgressioni e piaceri sofisticati. Insomma, una bella miscela che alcune interessanti trovate delle autrici avrebbero potuto trasformare in un film di spessore, merce rara da tempo nel panorama cinematografico italiano.

Invece, sono proprio queste promettenti trovate che non sono state, sempre a mio avviso, adeguatamente sviluppate.

Si prenda, per esempio, il titolo: Euforia. Le autrici avevano intenzione di far ruotare il film attorno a questa parola, nella sua relazione con la sensazione che provano, talvolta, coloro che scendono sott’acqua a certe profondità, quando la pressione, aumentata rapidamente, produce una particolare ebbrezza, piacevole ma pericolosa. Ettore, prima della malattia, praticava l’hobby delle immersioni. Attorno a quest’area semantica, il film avrebbe potuto guidare lo spettatore verso livelli più profondi di lettura: l’immergersi, lo sprofondare, la piacevolezza e la pericolosità, il riemergere dagli abissi, il buio, la luce…

Invece, il mare nel film è presente in una sola brevissima scena ambientata, fra l’altro, in un ristorante sulla riva. Di contro, vi è presente una serie di elementi che afferiscono a tutt’altra area semantica: il cielo e gli uccelli. E al volo degli uccelli (i notissimi “passeracci” romani) è affidata la chiusa, troppo brusca, del film.

Oppure si consideri il riferimento alla religione. Nel film sono accumulati numerosissimi riferimenti alla religione e al culto della Madonna in particolare: Matteo si occupa di curare l’immagine di un evento ecclesiastico in occasione della festa dell’Immacolata e del restauro della bellissima Madonna delle arpiedi Andrea del Sarto, al fratello propone una visita al Santuario di Lourdes, per poi realizzarne, effettivamente, una a Medjugorje. Eppure, nessuno di questi elementi è compiutamente sviluppato: essi restano accumulati e non risolti.

Anche i personaggi di secondo piano vengono appena appena abbozzati e poi abbandonati. Uno di questi, per esempio, è Tatiana (una Valentina Cervi che, viste le sue capacità, avrebbe potuto fare molto di più di quanto le sia stato concesso). Tatiana è una delle amiche di Matteo. Di essa si ripete spesso che è triste, sempre triste, lei stessa lo ripete a ogni occasione. Non è un elemento da poco: c’è un personaggio la cui tristezza viene ripetutamente sottolineata. Ma nulla ci viene detto di questa tristezza, della sua origine e, soprattutto, a un certo punto il personaggio si perde, non compare più nel film, come dimenticato.

Anche la regia presenta, infine, grosse lacune. Per motivi di spazio, qui mi limiterò a un esempio.

Nella fase iniziale del film, la Golino ci propone una bellissima inquadratura. Matteo sta dialogando con Michela, l’ex moglie di Ettore. Si trovano sulla meravigliosa terrazza della casa di Matteo. La Golino ci mostra questo dialogo mettendo i due personaggi in primo piano dentro la stessa inquadratura e sceglie per la macchina da presa un obiettivo con poca profondità di campo, in cui, cioè, mettendo a fuoco uno dei personaggi, l’altro rimane fuori fuoco. Non è una novità, ovviamente. Ma, spesso, questa scelta viene utilizzata dai registi per spostare, una o più volte, la messa a fuoco nel corso del dialogo, per cui i due personaggi risultano alternativamente a fuoco. La Golino, invece, fa una scelta molto forte: tutto il dialogo si svolge con Michela a fuoco e Matteo fuori fuoco. Dal punto di vista espressivo è una scelta di grandissimo valore a cui, però, coerentemente deve seguire un’adeguata valorizzazione del personaggio che, invece, nel film, continuerà ad avere un ruolo totalmente marginale.

Allo spettatore, infine, per superare un po’ di noia che giunge verso il finale, non resta che provare a immaginare come avrebbe potuto essere raccontata una storia che si prometteva interessante.