venerdì 30 Settembre 2022

La nona elegia: “La forma dell’acqua”, un’analisi strutturalista

La forma dell’acqua (The Shape of Water) di Guillermo del Toro è un bel prodotto holliwoodiano. Voglio dire che è pensato per piacere al grande pubblico: su di esso i produttori hanno investito parecchio per poter incassare molto di più. Ma è fatto bene: attori molto bravi, regia sapiente, scenografie molto scrupolose, fotografia perfetta. Forse soltanto qualche errore in fase di sceneggiatura, ma non è di questo che voglio parlare.

A sostenere la bella confezione del prodotto, una morale – se vogliamo – un po’ scontata, ma da riproporre senz’altro in un’epoca (come la nostra) in cui anche le cose che dovrebbero apparire più ovvie non lo sono più. Ed ecco, allora, una banda di emarginati (una donna muta, una nera negli Stati Uniti ancora segregazionisti e un anziano omosessuale) che s’ingegna a salvare la vita a una creatura anfibia dalle fattezze umane che i potenti di turno (americani e sovietici), per diversi motivi, vogliono morta.

Trovo più interessante applicare a questa fiaba (con parecchi inserti provenienti dall’horror, dal cinema di spionaggio e con diversi tocchi da commedia) una nota analisi che Claude Lévi-Strauss applica ai miti. Perché così dovremmo abituarci a considerare questi prodotti capaci di catturare le emozioni di milioni di persone, esattamente come sono sempre stati in grado di fare i miti.

Lévi-Strauss utilizza il concetto di mitèma per cogliere gli elementi essenziali che ricorrono in ogni struttura narrativa capace di scendere così in profondità nell’animo umano da farne venir fuori qualcosa di nascosto ma, in qualche modo, presente in ogni individuo.

In ogni mito è presente un opposto rapporto con le figure parentali: legame e rottura. Nel film, questo rapporto è espresso nella figura di Elisa, la protagonista, la donna delle pulizie muta marchiata da una rottura infantile, di cui porta ancora i segni visibili sul collo, che le ha reciso l’apparato fonatorio condannandola al mutismo e destinata a costruire un legame, anche sessuale, con la creatura anfibia che, quando colpisce, casualmente o volontariamente, produce nelle sue vittime l’identico segno che Elisa porta sul proprio corpo.

Oltre a questi due elementi, ogni mito contiene, al proprio interno, il topos dell’uccisione del mostro. Nel film di Guillermo del Toro, a livello immediato, il mostro in questione appare inevitabilmente la creatura anfibia senza nome ma, progressivamente, scopriremo che questa impressione è destinata a rovesciarsi, come avverte Giles, l’amico omosessuale: “Se vi parlassi di questo, che cosa vi direi? Vi metterei solo in guardia su una storia di amore e perdita. E sul mostro che voleva distruggere ogni cosa.” E allora scopriremo che un altro è il mostro destinato a essere ucciso: un mostro che s’identifica con l’imperturbabile capacità di travolgere ogni vita, umana e non umana, in nome dell’ambizione.

Il quarto e ultimo elemento che Lévi-Strauss considera costitutivo di ogni mito è la persistenza del destino in un nome. Qui è nel nome di Dalila, la donna delle pulizie di colore, amica di Elisa e complice nel progetto di salvare la creatura anfibia. Come nel film viene ampiamente spiegato, Dalila è, nel racconto biblico, la donna che priva Sansone della propria forza, ma nella scelta di Del Toro, il sistema di valori viene rovesciato: Sansone non è, nel film, l’eroe vittima di un inganno, bensì colui che crede di agire in nome di un dio che si è costruito a propria immagine e somiglianza.

Ogni mito, conclude Lévi-Strauss, sta lì a dirci che nell’uomo persiste un doppio, opposto desiderio: di emanciparsi dalla propria origine e, contestualmente, di riunirsi a essa. Non è un caso che, nel destino collettivo e in quello individuale dell’uomo, l’origine sia sempre la stessa: l’acqua. Quella in cui si sono formati i primi organismi cellulari e quella che ci ha accolto tutti nei nove mesi della nostra gestazione. Quell’acqua che ancora Giles, nel finale, evoca utilizzando le parole di una poesia orientale: “Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.”

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