Giovanni Legnini

Giovanni Legnini decide di fare una missione impossibile, giocarsi una partita che è già persa. Non si trincera dietro il già fatto, ma costruisce il da fare. Tutto gli era contrario, tranne la sua testardaggine abruzzese. Si mette a tessere tela, non bada a purezze, si fa anche lui impuro e si contamina, aggrega e arriva seconda e prende il 31%. Tanto, poco? Un elettore su tre sta con lui, certo non ha vinto, ma ha giocato e presenta (la davano tutti per definitivamente tramontata) una partita a due (centrodestra-centrosinistra), con un terzo giocatore in autofuorigioco, i 5 stelle.

Se a Latina i progressisti invece di piacersi leggessero le cose del mondo avrebbero un modello su cui lavorare, Legnini aggrega, cerca alleati, non “scarta” nessuno, non chiede dichiarazioni di sottomissioni, fa politica. Il polo di centro destra c’è, è evidente, in Abruzzo e a Latina, intorno alla Lega, i 5 stelle anche intorno a se stessi. Chi manca? Già oggi i colettisti hanno scelto di entrare dentro il dibattito del Pd tra Zingaretti, Martina e Giachetti, mentre Coletta, inteso come Damiano, cerca purezze che non servono. Legnini certo non vince, certo il gap è grande, ma rincalza, fa una linea del Piave (e ti par poco). Qui serve audacia contaminante, non purezza respingente. Il Pd si deve aprire, i civici non isolare e poi è necessario tornare a parlare con il sindacato, i corpo sociali, la rete della rappresentanza. I votanti passano per il web, ma scelgono con i bisogni veri, la politica deve pensare al pecorino romano, non allo spread. E il discrimine tra carità (della destra) e dignità (della sinistra) sarà il tema. Da una parte il reddito di cittadinanza, dall’altra la fatica del talento nel lavoro. Terzo non è dato, per dirla con Norberto Bobbio: o stati col principe o con gli ultimi, in mezzo viltà dell’indiffenza.