Don Felice Accrocca
Don Felice Accrocca

Si è insediato a Benevento Don Felice Accrocca, da Cori, alla guida di una arcidiocesi. In tempo di elezioni pare una cosa ai margini. Il papa davanti a tutti i vescovi dice sorridendo: “Sento odore di olio, dov’è don Felice Accrocca”. Al mio paese il vino da osteria, quello che si beve per bere e non per far finta di capire di retrogusto, ancora oggi si chima “vino d’Accrocca”, per via del padre che lo commerciava, insieme all’olio. Quando mi capitava di parlare con don Felice lui non nascondeva il suo orgoglio corese, quanto io il mio setino e ci divertevamno di quell’arte intelligente che è lo sfottò, l’ironia ribaltata all’ironia. Esattamente il contrario della ribalderia della affettata riverenza. Sei Vescovo o cardinale, o umile della terra sempre “creatura” di Dio, e il “lei” da noi non c’è, perchè si è cristiani e fratelli, o altro e non è umano. Quando un altro dei nostri (mi chiedo sempre quanti Vescovi e Papi hanno a Latina con la loro saccenza) Leone XIII, da Carpineto, mamma di Cori, divenne Papa lo abbiamo chiamato “il Papa nostro”, perchè era di quella pietà che è solo qui, pietà di amore per ciascuno e nessuno è più eguale.

Su queste mie montagne di destini si mischiano e l’amore è sempre condiviso, e la Fede non è per ripetizione, ma per devozione che è rispetto. Da noi si prega nel silenzio di mille chiese, non si va a farsi vedere in Chiesa. Il Dio nostro è dentro, non è manifesto e parla la lingua della madre, non quella imposta e lontana asettica all’amore. Nel piano non lo sanno che il soffrire non è male, ma dono, e il dolore è anima come l’amore. Forse se qualcuno si ferma e invece di parlare di case, comincia a capire le anime, le persone, le speranze, forse se invece di parlare di urbanistica parlassimo di questa radice meravigliosa, senza dittatori ma per scelta, per speranza. Forse… Forse da questa radice può nascere non una città con le case, ma una comunità con i santi ed i vescovi e la speranza.