San Matteo e l'angelo (Caravaggio)

E’ speciale questo vivere amico mio che mi leggi. Speciale da non ripetere mai, ed il bello è vivere come si vuole e andare oltre quello che si può. Osare un poco, poi di più e fargliela vedere a chi pensa diritto che esiste uno storto che non è torto.

Viviamo lagne quotidiane, tristi ripetitivi gesti che ci evitano il rischio, cancellano la paura, ma ci lasciamo soli e privi di avventura. Su, in alto, oltre, dove neanche osano immaginare i contatori del giusto, dove solo i sogni osano restare, lì sopra si è fermata una storia, per una sosta, e per continuare.

Lì sopra un ragazzo che guardava il Semprevisa non come arrivo ma come balzo, un ragazzo che doveva andare, perché c’è un  oltre quell’orizzonte ed ogni montagna ne aveva una uguale, ma dove potevi andare più in alto. Ho visto le foto delle “sagome”, sono colori nel bianco. Come gli affreschi del Rinascimento a raccontare la storia del mondo, una storia dove c’era ci osava pensando storto, ma non il torto. Un ragazzo è andato a dipingere un affresco in alto, sul cielo come il Giudizio Universale “cielo” della Cappella Sistina.

Per entrare nel cimitero di Sezze devi salire tante scale ripide e ogni scalino è una stazione della vita di un ragazzo che osava il suo impossibile, mio padre, l’ultima volta che ci siamo andato insieme, ad un terzo si è fermato, non aveva fiato, respiro, aria, la vita lo stava passando e si è fermato proprio davanti a chi giudicava la bestemmia bestemmiando la vita. Ma bisognava salire, bisognava salire. Lo capisci se sei nato qui, dove il basso è la palude della mediocrità quotidiana, e anche senza fiato devi a te stesso l’altezza e la fine, per vivere profondo.

Dal monte lontano di Daniele è tornata la sua storia, è tornata la sua passione, è tornata quella vita… ho scritto da giorni di questo ragazzo, ho scritto prima con la supponenza di quelli che giudicano dal piano l’alpino, dalla riva il marinaio, e dalla mediocrità il genio. Poi, poi per via “etnica” ho cercato le similitudini, le ragioni che dovevano stare in qualche “nostra ragione”, in quella storia della mia gente di mille e mille anni. Quel salire del cimitero della mia città.

E ho ritrovato gli angeli, il dover partire, la necessità molesta di vivere, la curiosità e la consapevolezza di dover osare anche se incerto è il tornare. Noi siamo andati nel mondo, noi anche per respirare ci potevamo ammalare e morire, noi sappiamo dentro il non tornare, ma abbiamo il dovere di vedere, di andare in pace e di non capire la ferocia. Sono migliore dopo questo narrare, capisco bene che è poca cosa, ma questo è.

Mi ha fatto pregare, io che ho bestemmiato il rancore per le ingiustizie tutte. Mi ha dato la lezione dello sperare, e lassù, sul tetto del mondo in una parete impossibile, c’è un affresco del Rinascimento, pennellate di due ragazzi che hanno osato l’impossibile e reso possibile il pensare compiuto di tante gente, si deve sperare.

Ciao Daniele, grazie.

E grazie a voi che mi avete letto in questi giorni ed avete capito che anche un cinico cronista piange, anche un saputo presuntuoso come me, sa di non sapere niente.