In un’epoca dominata da pixel e algoritmi, sembrava che il destino del mondo analogico fosse ormai segnato. Abbiamo barattato la polvere sulle mensole con il cloud, convinti che l’immateriale significasse semplicità e velocità. Ricordate le enciclopedie digitali in CD? Tutto il sapere oggi vive smaterializzato sul Web; e i Dvd? Stessa sorte! Perfino i Blu Ray, che promettevano risoluzioni fantastiche non sono stati altro che l’effimero canto del cigno dei supporti fisici.
Dall’analogico al digitale, dal digitale all’immateriale: intere videoteche e collezioni di dischi spazzate via, solo i libri ancora resistono a questo processo inarrestabile, forti di un fascino che nasce da una tradizione millenaria.
Tuttavia stiamo assistendo al ritorno di un desiderio per le care cose di un tempo, un ritorno del represso che prospera sotto le superfici levigate dei supporti digitali, che rifugge da un freddo minimalismo verso il calore di caldi oggetti desueti.
Il ritorno dei vinili, in questo senso, non è soltanto una moda hipster, ma il bisogno di riappropriarsi delle cose, per investirle del nostro affetto, per infondere in esse quasi un soffio vitale, così che possano parlarci, come un tempo, portare ricordi, legarsi alle storie della nostra vita.
Riappropriarsi di vecchi marchingegni analogici, spesso più ingombranti dei cugini contemporanei, significa anche riappropriarsi di un tempo perduto; ascoltare un vinile prevede delle azioni, che nel loro susseguirsi formano un vero e proprio rito: scegliere dalla propria collezione il disco che vogliamo ascoltare, estrarre con cura il vinile e posizionarlo su piatto e poi appoggiarvi delicatamente la puntina, sentire il fruscio prima dell’inizio della musica, infine mettersi comodi, ad ascoltare, senza possibilità di mettere in pausa o skippare una traccia.
Anche la riscoperta dei giochi da tavolo “fisici”, quelli senza app d’appoggio o schermi integrati, nasce dalla saturazione digitale. C’è una fame atavica di realtà, di oggetti che si possono toccare, che hanno un profumo e una storia.
Il gioco delle carte per ritrovare il tempo perduto
In questo scenario di resistenza analogica, il gioco delle carte occupa un posto d’onore. Se i videogiochi offrono mondi infiniti ma solitari, un mazzo di carte offre un’architettura di relazioni umane. Il gioco delle carte, infatti, rappresenta la quintessenza del “qui e ora”. Nell’epoca della FOMO, (Fear Of Missing Out, ovvero la paura di essere tagliati fuori) viviamo nell’illusione di poter fare tutto, di essere ovunque in ogni momento, mentre finiamo invece per essere trascinati nel vento come foglie morte, incapaci di scegliere, di godere dell’attimo presente, persi tra lo sforzo di archiviare nella galleria del telefono ogni momento e i probabili eventi futuri che scorrono nel nostro feed.
In questo labirinto di specchi il presente si sgretola tra le nostre mani, viviamo sospesi in un non-tempo, che non porta con sé né la nostalgia del rimemorare, né la gioia dell’attesa, figuriamoci la grazia del presente. E allora sedersi a un tavolo con gli amici per giocare a carte oggi rappresenta un atto quasi rivoluzionario, ci costringe a stare fisicamente con gli altri giocatori, a relazionarci da vicino con loro, a riconoscere uno sguardo, a dare un significato ai gesti della socialità, un abbraccio, un saluto, un sorriso.
Oltre i grandi classici
Le carte da gioco compaiono in Europa nella seconda metà del XIV secolo, probabilmente introdotte dagli Arabi attraverso la Spagna o l’Italia, dove se ne attesta l’uso a Firenze già nel 1376-1377. Si dice che le carte arrivarono nei porti italiani seguendo le rotte dei mercanti Mamelucchi, portando con sé i semi che conosciamo ancora oggi.
Da quel momento il gioco delle carte è entrato nella cultura popolare, che ha saputo creare piccoli capolavori come Scopa o Briscola, che fanno tutt’oggi parte della quotidianità degli italiani. Chi non ricorda la tensione silenziosa in L’oro di Napoli di De Sica? In una scena leggendaria, un immenso Vittorio De Sica sfida a Scopa il figlio del portiere, un bambino di otto anni, finendo per perdere e farsi umiliare dal piccolo genio tra imprecazioni e orgoglio ferito.
Le carte non sono una tradizione intoccabile, ma costituiscono invece un universo vivo e ricco di possibilità di gioco non ancora esplorate. Nonostante la tradizione delle carte offra un repertorio già molto vasto di giochi, nel corso degli anni il desiderio di sperimentare non si è mai esaurito.
Oggi esistono nuovi giochi che si allontanano dai grandi classici, basati su capacità strategiche, memoria e intuito, e che nascono proprio dalla deflagrazione degli schemi classici. Presidente o Trash sono gli esempi perfetti: due giochi in cui le componenti dinamiche e istintive si prendono la scena, rappresentando l’irruzione dello spirito goliardico e carnevalesco nel gioco delle carte, e per questo amati soprattutto dalle nuove generazioni.
Il desiderio di realtà e calore nel gioco delle carte si unisce a quel bisogno di vera socialità spesso soffocato dalle app di comunicazione e dai social, in cui quello che sperimentiamo è soltanto una simulazione che nulla ha a che vedere con la vera comunicazione, con la vera vicinanza. L’iperconnessione di oggi ha sicuramente aumentato la quantità di contatti, ma ne ha altrettanto certamente ridotto la qualità, lasciandoci un senso di insoddisfazione costante: ritrovare il tempo per una partita a carte, per questo, è molto di più di un semplice svago.





