di Alessandro Martufi – Lo sviluppo economico e culturale di una comunità, indipendentemente dalle connotazioni che imbastiscono il tessuto sociale, passa per forza di cose da solidi e programmati investimenti nell’ambito della ricerca e dello sviluppo tecnologico, elementi attorno ai quali creare risorse ed occupazione. Latina non fa eccezione a questa regola. Il pilastro su cui Latina è cresciuta è stato senza dubbio quello industriale, in particolare il settore farmaceutico, con circa una ventina di imprese presenti su territorio. L’industria farmaceutica si presenta oramai come elemento di connotazione del nostro territorio, un po’ come le acciaierie a Piombino o l’industria della carta a Fabriano, per fare due esempi a caso. Se si dà un’occhiata ai dati divulgati qualche mese fa da Farmindustria ci si accorge come tale legame sia ben solido e radicato: nel territorio pontino gli occupati nel settore farmaceutico sono circa 5000, cifra che, dal 1960 in cui gli occupati erano 300, è lievitata esponenzialmente. Per comprendere le proporzioni di tali cifre occupazionali si può prendere come termine di paragone Roma, che con 20 volte il numero di abitanti, registra 8000 lavoratori in tale settore. In effetti a Latina, in una regione come il Lazio che detiene il primato nazionale, l’industria chimico-farmaceutica risulta essere il settore con più occupati (20% del totale), laureati (54%), presenza femminile (20%) e investimenti (54%): rispetto al totale delle esportazioni dell’industria manifatturiera pontina, la farmaceutica vale il 76%. Non ci si stupisce, dunque, se la nostra città rappresenta il terzo polo farmaceutico italiano dopo Milano e Roma. Possiamo perciò affermare, senza timore alcuno, che Latina rappresenta un’eccellenza italiana in un settore chiave, nel quale l’Unione Europea, tramite il programma Horizon20, ha stanziato per i prossimi anni 78,6 miliardi per la ricerca. E dalle nostre parti di eccellenze è bene parlarne, non per mera autocelebrazione, ma al fine di una presa di coscienza delle potenzialità che il nostro territorio (spesso deturpato e delegittimato) può offrirci.

Le cifre riportate evidenziano come il settore farmaceutico pontino si ritaglia un ruolo tutt’altro che marginale nel tessuto economico nazionale. Ma qual è il suo reale apporto nella produzione e nello sviluppo di tale settore nel nostro paese? La realtà di Latina rappresenta concretamente un baricentro del progresso scientifico nella produzione di farmaci? I dati riguardo l’export di prodotti farmaceutici del Lazio dicono indirettamente molto al riguardo: dal 2008 cresce del 18% medio annuo, in controtendenza con gli altri settori che hanno registrato un segno negativo; le aziende investono complessivamente 600 milioni ogni anno in produzione e ricerca e distribuiscono in spesa sul territorio oltre 1 miliardo di spese per il personale, che si riconvertono in consumi. Il polo farmaceutico di Latina (e in generale dell’intera regione) si presenta, dunque, come una mosca bianca in un’economia locale che risulta ancora in regressione. E questo non è dato dal puro caso o dalla ciclicità del mercato, ma dalla presenza di strutture innovative e di personale altamente qualificato. L’industria farmaceutica è una realtà parallela a quella sanitaria: il Sistema Sanitario Nazionale deve cooperare con quest’ultima dettando le linee guida al fine di una programmato piano di sviluppo dalla ricerca sia di base che farmacologica fino ad arrivare alla produzione e alle coperture. Ecco perché in un’analisi di tale realtà non bisogna soffermarsi alle cifre, anche se indubbiamente dicono molto e disegnano un abbozzo complessivo. Dicono molto i 100 milioni investiti negli ultimi 5 anni nello stabilimento di Borgo San Michele della Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson&Johnson. Dicono molto gli 11 milioni investiti quest’estate dalla stessa azienda per l’ampliamento del sistema di produzione. Dicono molto, ma non tutto. La portata del contributo della realtà latinense alla macchina sanitaria nazionale è maggiore di quello che si pensi . Per comprenderne le proporzioni basta pensare che l’industria farmaceutica di Latina fa fronte alla copertura al livello mondiale (più di 100 paesi compresi USA e Giappone) di farmaci che hanno rivoluzionato i metodi di cura di una patologia come l’Epatite C, che, stando a stime riportate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce 160 milioni di persone. In Italia, secondo uno studio condotto dal gruppo di ricerca Economic evaluation and HTA dell’Università di Tor Vergata, si parla di 300 mila casi e, delle 20 mila persone che ogni anno muoiono per malattie al fegato, nel 65% dei casi l’epatite C risulta essere causa o concausa: è evidente che rappresenta un’importante criticità da non sottovalutare, la cui priorità nella ricerca e nella cura non è inferiore a quella delle altre “patologie croniche” che affliggono l’intera comunità mondiale.

L’infezione da virus di epatite C (HCV RNA) è una delle principali cause di malattia cronica al fegato in tutto il mondo. La criticità di questa malattia consiste nel fatto che inizialmente non presenta sintomi osservabili, quindi chi ne è affetto spesso non sa di esserlo. Tuttavia la sua cronicizzazione può portare alla cicatrizzazione del fegato e, dopo molti anni, a cirrosi, ovvero il quadro terminale della compromissione dell’organo epatico, che è causa di cancro, insufficienza epatica e varici (dilatazione permanente di vene) gastriche e esofagee. La morte per cirrosi epatica si posizione tra le prime 10 cause di morte nel mondo occidentale.

Negli ultimi anni l’approccio alla ricerca per la cura dell’epatite C è mutato radicalmente: si è progressivamente abbandonata l’idea di combattere il virus tramite l’induzione farmacologica del sistema immunitario, e ci si è concentrati su un’interazione diretta sul virus, capace di bloccarne la replicazione e quindi la sua attività infettiva. Nel dicembre del 2013 arriva la notizia dell’approvazione da parte della FDA (Food and Drug Administration) di un nuovo farmaco chiamato SOVALDI®, il cui principio attivo, il sofosbuvir, è in grado di inibire l’enzima RNA-polimerasi RNA-dipendente (NS5B), enzima essenziale per la replicazione e proliferazione del virus HCV.

Nel novembre del 2014 si è fatto un ulteriore passo in avanti nella lotta all’epatite C: è stato presentato anche in Italia il brevetto di un nuovo principio attivo chiamato simeprevir (commercializzato come OLYSIO®, a somministrazione orale) in grado di inibire l’azione della serin proteasi (NS3/4A), una proteina non strutturale fondamentale nel processo replicativo del virus. La sintesi e la sperimentazione di tale farmaco sono state condotte da Medivir, un’azienda svedese specializzata in ricerca farmacologica, in collaborazione con la Janssen Pharmaceutical. I dati ottenuti indicano che una terapia della durata di 24 settimane tramite simeprevir, assunto insieme ad interferone pegilato e/o ribavirina (che agisce indirettamente sulla replicazione del virus), mostra un eradicazione nell’oltre il 90% dei pazienti affetti da HCV con genotipo 1 e 4 (i “sottogruppi” della patologia più diffusi), in particolar modo nel sottogruppo 1b, quello più diffuso in Italia e in Europa (dove si riscontra nel 47% dei casi). L’arrivo di simeprevir implementa le strategie di cura poiché raddoppia il tasso di guarigione dei pazienti con genotipo 1 dell’epatite C, difficili da guarire con il solo sofosbuvir. Quest’ultimo, associato a ribavirina, infatti, cura bene solo i pazienti con genotipo 2. Risulta difficile negare lo straordinario impatto del simeprevir, tanto che a febbraio di quest’anno, presso lo stabilimento Janssen di Borgo San Michele, in occasione dell’evento “Investire in salute per rilanciare l’economia”, a cui presenziarono il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il direttore generale dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), Luca Pani e il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, viene annunciata la scelta del polo pontino come centro di produzione al livello mondiale del farmaco.

Visto l’ingente numero di pazienti nel nostro paese affetti dal virus di genotipo 1b, bisogna certamente approfondire il discorso in merito. Lo scorso maggio la FDA ha approvato la commercializzazione di un principio attivo, il dasabuvir (nome di mercato EXVIERA®), che, come il sofosbuvir, va ad inibire la polimerasi NS5B. Tale farmaco, assunto in regime combinato con un altro farmaco antivirale, VIEKIRAX® (costituito da ombitasvir/paritaprevir/ritonavir) registra, al termine delle 12 settimane di terapia a somministrazione orale, una risposta virologica nel 100% dei pazienti con genotipo 1b. E’ un risultato eccezionale: risulta essere il primo trattamento antivirale senza interferoni che raggiunge una percentuale così alta ad offrire un riscontro positivo in tutti i casi trattati. Il dasabuvir affianca più che degnamente il simeprevir nel guidare l’arsenale a disposizione contro l’epatite C. E ancora una volta, per la produzione al livello mondiale, viene scelta una struttura pontina: la ABBvie di Campoverde, polo della multinazionale statunitense che solo nell’ultimo anno ha investito circa 2,5 miliardi di dollari nella ricerca farmacologica.

La rivoluzione scientifica in questo ambito è finalmente (quasi) completata, le nuove cure orali permetteranno di guarire i pazienti che hanno fallito terapie a base di interferone; simeprevir e dasabuvir rappresentano la nuova frontiera mondiale per la cura dell’epatite C, sebbene sia inutile negare la persistenza di alcune criticità dovute al fatto che i nuovi farmaci orali, per via dell’elevato costo, sono resi prescrivibili dal SSN per lo più a pazienti con malattia epatica più avanzata.

Ma torniamo ancora agli aspetti positivi. Latina come perno della lotta mondiale contro l’epatite C, fulcro della più avanzata tecnologia al servizio del sistema sanitario del nostro pianeta, un’eccellenza che non conosce crisi in un territorio dove lo sviluppo economico ed industriale ha registrato negli ultimi dei dati non certamente positivi, a tratti quasi desolanti. Ciò assume ulteriore valore se si pensa che il simeprevir è stato ufficialmente riconosciuto come punto di partenza per la programmazione di studi che possano perfezionare ulteriormente la terapia di cura dell’infezione da HCV: il 16 ottobre, la Medivir, titolare del brevetto, ha annunciato che il centro di ricerca della Janssen Pharmaceutical, tramite un’azienda satellite (la Biopharm Inc.) ha iniziato una nuova sperimentazione per valutare gli effetti dell’assunzione del Simeprevir in combinazione con nuovi inibitori, Odalasvir e AL-335. E non bisogna neanche dimenticare che i dati sulla terapia EXVIERA®+ VIEKIRAX® , presentati dalla ABBvie lo scorso 1 ottobre all’American Association for the Study of Liver Disease, sono molto più che incoraggianti, e collocano il dasabuvir in una posizione di riferimento nel debellamento nella forma della patologia(1b) maggiormente diffusa in Italia.

E in tutto ciò il polo pontino non può che essere considerato un ingranaggio fondamentale grazie alla sua leadership nella produzione, una solida base sa cui impostare nuove collaborazioni internazionali e sperimentazioni per riuscire finalmente a debellare una piaga come l’epatite C.

Così come è saggio prendere coscienza dei propri limiti, risulta delittuoso non accorgersi delle potenzialità e delle eccellenze del proprio territorio. E questa presa di coscienza per Latina è molto importante, direi quasi vitale. Una consapevolezza su quale impostare un piano organico di sviluppo ad ampio spettro, provando ad estendere risorse e tecnologie anche in settori in crisi o che non sono mai decollati. Perché il polo farmaceutico pontino può (o forse deve) essere, come in passato, un determinante utile al rilancio del territorio pontino, ma anche, ragionando su scala nazionale, un potente driver economico (per citare la parole di Francesco Mennini, ricercatore a capo del team di ricerca di Tor Vergata che ha divulgato i dati sull’epatite C in Italia) per far fronte ai nefasti tagli al Sistema Sanitario, visto e considerato che nuovi farmaci come il simeprevir e il dasabuvir abbattono, con una riduzione di 13-18 mila euro a paziente, i costi complessivi attribuiti alla cura di pazienti affetti da epatite C ad uno stadio avanzato. Costi che tra quelli diretti (derivati dall’assistenza al paziente) e indiretti (intesi come perdita di produttività dovuti alle giornate di assenza dal lavoro) ammontano ad oltre 1 miliardo di euro l’anno.

Il percorso, dunque, sembra tracciato e Latina, con il suo polo farmaceutico, si inserisce in esso con un ruolo da protagonista.