Stadio Francioni
Stadio Francioni

Il calcio, o meglio quello che lo circonda, è diventato peggio di una guerriglia.

L’ennesimo esempio dell’incapacità degli ultras, che chiamare tifosi è un oltraggio alla civiltà, di vivere lo sport e la società è stato dato ieri.

Scenario le strade vicino allo stadio Olimpico a Roma dove si stava per disputare la finale di Coppa Italia tra Atalanta e Lazio.

Qui un gruppo di “tifosi” della Lazio, con il volto coperto, ha cercato di sfondare il cordone della polizia che ha quindi risposto con una carica di alleggerimento e l’uso degli idranti.

C’è stato anche il lancio di oggetti da parte dei “tifosi”.

Una macchina dei vigili urbani ha preso fuoco nella zona di Ponte Milvio, due sono state danneggiate.

Tre vigili sono stati feriti e i danni ancora si contano.

Scene analoghe si sono verificate, in scala ridotta e nel tempo, anche a Latina, dove ogni partita al Francioni, anche della serie condominio, diventa per i “tifosi” lo spunto per sfogare rabbia repressa, distruggere quello che li circonda senza guardare in faccia nessuno.

Così ogni partita di campionato impone un dispiegamento di forze dell’ordine che neanche la rivoluzione francese richiederebbe.

Andare allo stadio diventa così una sfida alla sopravvivenza.

Portare i propri figli significa esporli a rischi ed imprevisti inaccettabili per la loro incolumità.

I costi, a carico della collettività, per blindare le città non è irrisorio.

E tutto per cosa?

Per dare a persone che non sanno dove stia di casa lo sport, i suoi valori, la possibilità di sfogarsi?

Questi episodi non fanno onore nè alle squadre che si dice, erroneamente, di voler rappresentare nè alle società stesse che dovrebbero essere le prime intanto a sostenere i costi di sicurezza per ogni partita.

E’ arrivato il momento di dare un segnale chiaro.

Chiudiamo gli stadi.

Facciamo giocare le partite a porte chiuse.

I “tifosi” guardino le partite altrove e distruggano il soggiorno o il giardino di casa propria.

Forse in questo modo si comprenderà che lo sport è altro.

Che la passione per la propria squadra significa sostenere i giocatori in campo, condividere la gioia di una vittoria e accettare le ragioni di una sconfitta.

Lo stadio non è un ring è un luogo dove socializzare, trovarsi e scoprirsi all’insegna di valori e sentimenti che con rabbia e distruzione non hanno nulla a che fare.