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Ed ora? I conti in politica si fanno con l’oste, solo qualche volta paghi dopo non aver mangiato. Il partito democratico c’è, e questo è un dato politico. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, perché la democrazia è dialettica e non corsa verso il vincitore. La campagna acquisti della destra a Latina è deprimente, e squalifica prima di tutti quelli che si prenotano, non a giocare, ma alla panchina lunghissima. Cambiare resta virtù, se muti con sale facendo sapide le scelte. Zingaretti è una possibilità, certo è un altro mazzo di carte rispetto a Matteo Renzi. Si passa da una idea dirigista della politica ad una più insiemistica. Dal concetto di numero a quello di insieme di elementi che fanno il numero e non conta l’uno. Anche se il rischio di pensare allo zero per ripartire c’è. Zingaretti dovrebbe riportare il Pd dentro il confronto delle socialdemocrazie europee, diventare protagonista di un confronto che in questa crisi (oggettiva per il riformismo) sta mettendo le basi teoriche per nuovi modi di stare insieme. Sanders in america, Jeremy Corbin in Gran Bretagna stanno immaginando una alternativa non barbara all’iperliberismo finanziario, una alternativa civile, generosa e partecipata alle paure sovraniste. I partiti di sinistra amano i leader non i capi, amano la condivisione non la fedeltà, amano la dialettica non le ragioni in esclusiva. Vogliono contare perché rappresentano quelli che la società non vuole far contare. Dialogo con il malcontento sociale e politico, con le liste civiche, una nuova stagione di interlocuzione con il sindacato. Un partito di sinistra senza sindacato è come un pittore senza occhi. Interlocuzione con i produttori: non vedere le bandiere della sinistra con i pastori sardi è dolore, 60 centesimi al litro per il latte di pecora è incivile. La sinistra ha il dovere della costruzione del futuro, muore nella ragioneria del presente. La soluzione per gli ultimi non sta nella partita doppia ma nella fantasia di immaginare un mondo diverso.