giovani e lavoro
L'incontro al Festival internazionale del giornalismo sulla disoccupazione giovanile

L’alto tasso di disoccupazione giovanile in Italia è ormai una realtà tristemente appurata dalle annuali indagini statistiche. Percentuali che fanno crescere la rassegnazione, ma che non scavano all’origine del problema.

Appare legittima la domanda: sono i ragazzi di oggi ad essere pretenziosi o è il mercato che non offre nulla?

Trovare risposte a un tema così delicato non è semplice. Docenti ed esperti del settore hanno provato a districare questo confuso groviglio di nodi in uno dei seminari del Festival del giornalismo, tenutosi a Perugia lo scorso aprile.

“Ad incidere è l’incapacità delle imprese di sfruttare il potenziale soprattutto fra neolaureati – ha commentato Sonia Bertolini, insegnante di sociologia dei processi economici all’Università di Torino – Nel nostro Paese scontiamo una struttura produttiva e una domanda poco qualificata, a fronte di un’offerta molto specializzata. Il 90% dei giovani crede che il raggiungimento del cosiddetto posto fisso sia un miraggio, perché dettato da legami sociali e passaparola che inaspriscono le disuguaglianze. Cercano un lavoro consono al titolo di studio. In tale contesto ricopre poi un ruolo decisivo l’istruzione scolastica, dato che si limita a formare gli studenti senza seguirli dettagliatamente nell’orientamento postumo”.

Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia e statistica sociale nella facoltà di economia dell’Università Cattolica di Milano, ha rimarcato che “l’Italia non è ostile ai giovani, però non ha una chiara idea di come utilizzarli. Si diffonde quel luogo comune che studiare non serve o, forse, non basta più. La maggiore competenza diventa adattarsi. Accettare qualsiasi lavoro, purché retribuito”.

Alla base dell’occupazione secondo Rosina vi è “uno scontro generazionale, tra i 60enni che mantengono stretto ciò che hanno e le aziende che trattano i neo assunti come persone sufficienti, non vedendo in loro delle risorse”.

Ha spostato la questione sul piano culturale, invece, Eleonora Voltolina, direttrice di “Repubblica degli stagisti”.

“La struttura principale dell’Italia è la famiglia – ha affermato durante il dibattito – l’unica che sostiene economicamente i giovani, i quali saranno sempre ‘figli di’ e mai adulti indipendenti”.

Dichiarazione fortemente appoggiata dal professor Rosina: “i genitori vedono gli stessi figli come beni da proteggere e non come forza su cui investire per lo sviluppo economico. Danneggiano i ragazzi”.

“Se concedessimo spazi d’autonomia e di responsabilità – ha continuato Bertolini – le nuove generazioni acquisterebbero fiducia nelle proprie capacità. Potrebbero porsi e imporsi nel mondo del lavoro”.

Conclusivo l’intervento di Alessandro Rosina che ha rivolto l’attenzione all’altra faccia della medaglia: “chi, prima dei 35 anni, ha provato a cimentarsi in ogni tipo di impiego, a sposarsi ed avere dei bambini vive comunque in una soglia di povertà. In mancanza di politiche più dirette, la prospettiva di emigrare è sempre più vicina”.